“Quel cranio te lo spappoliamo”. Così la mafia degli zingari perseguita gli italiani

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Prima della mafia nigeriana. Della mafia albanese. E di tante altre mafie che abbiamo importato con l’immigrazione. C’è un’altra mafia che viene da fuori: la mafia degli zingari. Che sarebbe la mafia degli zingari che si sono ‘integrati’, quelli che sono usciti dai campi nomadi e sono entrati nelle nostre case. Per delinquere.

Se tifi per la tua squadra e vuoi una maglietta autografata dai tuoi campioni, devi chiedere il permesso al clan. Se un pusher vuole spacciare in proprio, deve pagare il clan, o rischia botte e pallottole. Se hai un debito e non lo paghi, la tua vita è in mano al clan, fino allo sfinimento. E se il clan viene a sapere che qualcuno ti deve dei soldi, molti soldi, li incassa per te. E se ti va bene ti lascia le briciole.

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Latina non è Reggio Calabria né Palermo, eppure vanta una nobiltà mafiosa: ha partorito una mafia tutta sua. Né Cosa Nostra, né ’ndrangheta, né camorra: la Corte d’appello – manca quindi soltanto il sigillo della Cassazione – ha attribuito al clan sinti dei Di Silvio il crisma di associazione mafiosa autoctona. Parliamo di 70 anni di storia, se consideriamo che la famiglia che genera la mafia di Latina giunge in città negli anni 50. L’altroieri è stato il turno di un altro clan sinti, quello dei Travali, che con una sfilza di arresti s’è trovata stampata, nero su bianco, in un’ordinanza di 358 pagine firmata dal gip Andrea Fanelli, l’accusa di aver violato il 416 bis. Quel che colpisce è la capacità d’intimidazione, il terrore che scaturisce e si diffonde dalla loro violenza, in un teatro dove le scene madri sono sempre quelle dello spaccio e dell’usura.

La droga, innanzitutto. Chi vuole spacciare, deve spacciare per loro. Oppure deve pagare. È il caso di un piccolo spacciatore, Luca Parlapiano, che però non ci sta. Un giorno incontra Salvatore Travali – lo racconta un testimone – che lo insulta pesantemente. A quel punto Parlapiano gli punta la pistola e per tutta risposta si sente dire: “Sparami in testa perché se mi pigli e non mi ammazzi sei un uomo morto”. Parlapiano ripone l’arma. Il boss Angelo Travali, quando viene a conoscenza dell’episodio, decide di punirlo: si presentano a casa della fidanzata e le crivellano di colpi prima l’auto e poi le vetrate di casa. Nel capo d’accusa si racconta che altri colpi vengono esplosi alla vetrata del Bar 111, riconducibile alla famiglia della ragazza, ma soprattutto viene intercettata una conversazione tra Salvatore Travali e Parlapiano, nella quale quest’ultimo spiega di essere armato: “Metti ’sta cosa in tasca” gli dice Travali “ah Luchetto ti sto parlando… fa’ l’uomo… vieni qua… mamma te lo giuro… appena ti piglio quel cranio te lo frantumo…” “tu pensi che scappo e tiri fuori la pistola… a deficiente…”. E ancora: “Quel cranio te lo spappoliamo…”. Se non spaccia per i Travali, non c’è altra strada: Parlapiano deve versargli 30mila euro. È la legge del clan. Ed è una legge ancora più spietata quando si tratta di usura.

Il signor Simone Gallinaro aveva pensato di aver baciato la fortuna quando nel 2010 grattò il biglietto giusto della lotteria “Turista per caso”. E questo racconta agli investigatori della Squadra mobile di Latina quando viene sentito durante le indagini. Però, nel racconto dell’accusa, si scopre che dal 2012 al 2015 per lui arriva l’inferno. La vincita consisteva in 200mila euro più una rendita di 6mila mensili per 20 anni. In totale: 1,64 milioni. Nel 2012 – probabilmente dopo l’acquisto di un appartamento – chiede però 3mila euro in prestito a un uomo del clan. L’accordo: il mese successivo ne restituirà 8mila. Gallinaro versa i 6mila della rendita. Quindi ne mancano 2mila. Ma non li ha. Viene costretto a cedere l’auto della moglie. E in più – a causa del ritardo – altri 8mila euro per il mese successivo. Con una postilla: se non ce la fa deve cedere l’appartamento. Ed è quello che accade. Gallinaro vende per 88mila euro, cede tutto, e poi va a vivere in affitto. Piccolo dettaglio: l’appartamento l’aveva acquistato l’anno prima a 180mila euro. Più 140mila euro di ristrutturazione. Ma non è finita qui. Si ritrova a dover acquistare, per conto del clan, un arredamento completo da un mobilificio (35mila euro), poi 43mila euro di abbigliamento, e uno scooter TMax per 7mila euro. Il tutto indebitandosi con le cambiali perché non aveva più un centesimo.

Il signor Daniele Parcesepe è il titolare di un’azienda agricola che un giorno fa l’errore della sua vita: confida a un amico di vantare un credito di 350mila euro nei confronti di un’altra azienda. E che non riesce a riscuoterlo. L’amico un bel giorno lo chiama e gli chiede di raggiungerlo nell’azienda in questione, quella del debitore, dove Parcesepe lo incontra in compagnia di quattro uomini che lo “accerchiano”, gli impediscono di andar via e lo costringono a salire nell’ufficio del suo debitore, dove incontrano il presidente del consiglio di amministrazione. L’uomo del clan conduce le trattative per la riscossione del credito: si accorda per 250mila euro, quindi 100mila in meno, che saranno consegnati nel pomeriggio con degli assegni. Condizioni che Parcesepe, però, di suo non avrebbe mai accettato. Fosse soltanto questo. Uscito dall’ufficio, giunto per strada, viene afferrato per la giacca con un messaggio chiaro: 150mila euro vanno al clan, e subito, per l’intervento effettuato. E ovviamente, questi soldi, non ce li ha. Finisce che consegna, di volta in volta, il 75 per cento degli assegni postdatati ricevuti dal suo debitore per un totale, secondo il suo racconto, di una cifra tra i 150mila e i 180mila euro.

Tra i teatri preferiti dal clan c’era anche lo stadio. E secondo l’accusa – l’inchiesta è stata condotta dai pm Luigia Spinelli, Corrado Fasanelli e Ilaria Calò – aveva “di fatto occupato militarmente anche la squadra di calcio del Latina, gestendo la curva, la tifoseria e imponendo con prepotenza e arroganza le proprie regole e le relative sanzioni ai trasgressori”. A trasgredire, un giorno, è Tullio Apicella, che alla Squadra mobile racconta: “Nella primavera del 2015 avevo fatto autografare una maglietta a un giocatore della squadra, e avevo pubblicato un post su Facebook con la foto della maglietta autografata”. E Francesco Viola non ci sta. Viene fissato un appuntamento e secondo l’accusa Viola, con queste parole, spiega al ragazzo come funziona: “Allo stadio comandiamo noi. Noi abbiamo fatto una scelta di vita di strada e sulla strada ’ste cose si pagano”. E così, per la maglietta autografata senza il permesso di chi comanda, chiedendo soldi in prestito salda un conto da ben 12mila euro.




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