La mafia nigeriana si è presa l’Italia traghettata dal PD

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La criminalità nigeriana continua ad essere oggetto di una speciale attenzione investigativa da parte delle forze di polizia e i risultati non mancano.

Negli ultimi giorni, a Trento, con l’operazione “Underground” la squadra mobile, in collaborazione con i poliziotti di Brescia, Verona e Vicenza, ha arrestato per traffico di stupefacenti ben 16 nigeriani, 13 uomini e 3 donne. La droga, acquistata a Vicenza, era destinata a Trento, principale piazza di spaccio. Anche in questo caso si tratta di cellule di spacciatori affiliate alle confraternite (cults) mafiose nigeriane che si sono andate diffondendo e radicando in molte città italiane.

Sulla pericolosità di queste “associazioni” già nel 2003 la Commissione Parlamentare antimafia aveva lanciato l’allarme evidenziando “un fenomeno se non mafioso, certamente mafiogeno, i cui connotati nel nostro Paese (…) iniziano a divenire progressivamente evidenti”.

Anche chi scrive, già nel 1998, svolgendo le funzioni di Questore a Teramo, aveva sentito parlare, da alcune donne nigeriane minacciate e costrette alla prostituzione nella Val Vibrata (alle quali fu poi dato un permesso di soggiorno di protezione speciale), di una non meglio precisata “associazione” diretta da una odiosa “maman” poi individuata e arrestata che gestiva il traffico.

Anni dopo, i nostri Servizi d’intelligence segnalavano al Dipartimento della Pubblica Sicurezza la presenza di diverse associazioni di “mutuo soccorso” presenti in alcun regioni che “veicolavano anche istanze criminali” e dirette da cittadini nigeriani con precedenti penali e di polizia. La nota veniva inoltrata tempestivamente alle Questure interessate per gli opportuni approfondimenti investigativi che non tardarono a svilupparsi nonostante le intuibili difficoltà connesse anche a dialetti poco decifrabili e ad una omertà diffusissima.

Così, già nel 2006 si concludevano alcune operazioni – prime in ordine di tempo in Piemonte e in Lombardia – tra cui l’operazione “Eiye” da parte della Polizia di Stato di Brescia con l’arresto di 23 nigeriani per associazione a delinquere di tipo mafioso, spaccio di stupefacenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e altri delitti.

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Nel maggio dello stesso anno, al termine di indagini durate tre anni, i carabinieri di Torino, con l’operazione “Niger”, arrestavano 23 nigeriani (tutti condannati con sentenza divenuta irrevocabile nell’ottobre 2014), anche in questo caso per associazione a delinquere mafiosa e altri delitti collegati a conflitti tra gli Eiye e i Black Axe.

Nel 2007, a Brescia, altri 40 nigeriani, appartenenti al gruppo omonimo, finiscono in carcere con l’operazione Eiye 2 che evidenzia anche duri scontri tra gli immigrati nigeriani con l’utilizzo di bottiglie rotte, coltelli e, talvolta, di pistole.

La decisione assunta da alcuni cittadini nigeriani (i primi collaboratori di giustizia) permette, alla fine del 2018, l’operazione “Snoopy” che porta all’arresto di 15 nigeriani del cult Eiye con le solite accuse di associazione mafiosa, sfruttamento della prostituzione alle quali si aggiungono estorsioni e truffe.

Sempre nel 2018, a Venezia, vengono arrestati una trentina di nigeriani per spaccio e riciclaggio (operazione “San Michele”). Le indagini presero avvio a seguito di diversi decessi e ricoveri ospedalieri avvenuti nella città a causa del consumo della c.d. eroina gialla, confezionata con un elevato principio attivo.

Ancora due operazioni nel 2018, “Nigerian Cultism” a Perugia e “Calypso Nest” a Cagliari sempre per traffico di droghe e sfruttamento della prostituzione: tra gli arrestati, a Padova e Treviso, anche il Grand Ibaka e il World Ibaka, due figure apicali della Eiye Supreme Confraternity.

Ad aprile 2019, a Palermo, la Polizia di Stato (operazione “No Fly zone”) ammanetta 13 nigeriani con i consueti capi di imputazione ed anche in questa indagine emergono numerosi scontri fisici con i gruppi rivali dei Balck Axe, dei Vikings/Arubaga e dei Maphite mentre emergerà la straordinaria mobilità su tutto il territorio nazionale dei nigeriani “palermitani”.

Nel 2020 sono proseguite alcune operazioni con arresti e sequestri nei confronti anche dei Maphite e dei Vikings e tutto lascia pensare che finalmente ci sia quel continuativo sforzo investigativo suppletivo verso una criminalità nigeriana divenuta sempre più pericolosa.

I clan della mafia nigeriana sono radicati nelle maggiori città italiane, dove ormai fanno concorrenza ai boss locali. L’obiettivo delle gang africane è “prendersi l’Italia”, considerata la base strategica per esportare i traffici in Europa: e qui l’ha portate il Pd con i barconi.

Dal 2013, negli anni di governi Pd, ne hanno scaricati in Italia 80 mila, quasi tutti arrivati sui barconi: è come se avessimo traghettato un esercito ostile in Italia. In pratica, più di 1 sbarcato su 10 è un membro della mafia nigeriana:

Fino al 2013, anno in cui il Pd ha preso in mano il governo da solo, con un golpe di palazzo, i nigeriani non erano nemmeno nella top ten delle nazionalità di ingresso. Poi il boom. In un crescendo che ne ha portati nel 2017 quasi 30 mila in un solo anno. Come se volessero accelerare questo trasferimento in vista dell’arrivo di un nuovo governo.

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E ora, appena tornato al governo, la prima cosa fatta dal Pd è ricominciare a fare sbarcare, a raffica, le Ong cariche di nigeriani. Di quante prove avete bisogno?

Se fosse un processo, l’accusa evidenzierebbe poi il fatto che per favorirne la permanenza in Italia, la stessa parte politica aveva inventato una nuova figura di asilo, la ‘protezione umanitaria’, fatta su misura per i nigeriani: che non fuggendo da alcuna guerra, non avrebbero potuto essere accolti.

Accuserebbe poi il Pd di averlo fatto per rifornire le Coop del partito di clienti a spese dei contribuenti. Un accusa particolarmente brillante, potrebbe poi sostenere che lo strano aumento di nigeriani sui barconi, coinciso con l’inizio dell’operazione Mare Nostrum fortemente voluta dal Pd, non sia stata casuale: possibile che il Pd abbia svenduto la sicurezza dei cittadini ‘solo’ per arricchire le coop? O c’era dietro dell’altro?

Detto più chiaramente: qui abbiamo un’organizzazione criminale che vuole trasferire in Italia migliaia di propri soldati, dall’altra parte abbiamo un governo che organizza una sorta di servizio taxi dalla Libia all’Italia, a cui poi si unisce quello privato delle Ong, tutte dai finanziamenti opachi: cui prodest?

Fatto sta che, alla fine, l’esercito della mafia nigeriana è stato trasferito in Italia. Ragazzine sono state uccise. Fatte a pezzi. La droga circola a prezzi sempre più stracciati con una distribuzione capillare.

Qui abbiamo il movente. L’arma. E la vittima. Di tutto questo dobbiamo ringraziare il Pd.

E schiavizzano le ragazzine italiane con la droga:

Le schiave italiane della Mafia Nigeriana – FOTO CHOC


Mafia nigeriana, 13 cellule operative in Italia: “una sorta di Stato dentro lo Stato”

Riti voodoo, sette segrete dalla struttura militare e dalla «inaudita ferocia» che sfruttavano donne vittime di tratta e mendicanti per arricchirsi, tra pestaggi e accoltellamenti. Sono queste le caratteristiche delle due gang nigeriane sgominate dalla Dda di Bari nell’indagine che ha portato oall’arresto in tutta Italia e all’estero di 32 persone (49 indagati in totale), tutti cittadini nigeriani ospiti fino al 2018 del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Bari-Palese. È qui che i due gruppi criminali, i Vikings e gli Eiye, più noti come ‘Rossì e ‘Blù dai colori dell’abbigliamento scelto in occasione dei loro summit, avevano stabilito la loro base operativa, prima di spostarsi nel quartiere Libertà, dove convivevano senza farsi concorrenza con la mafia locale barese.

Lo sfruttamento della prostituzione era la loro principale attività di arricchimento, il primo anello della catena della loro regola criminale, quella delle ‘tre d’, donne-denaro-droga, con le donne costrette a sottomettersi con violenza fisica e psicologica, in quanto considerate «oggetti fabbricasoldi», “ceto inferiore buono solo a soddisfare le esigenze sessuali della comunità maschile – spiegano gli inquirenti – e a produrre denaro». I due anni di indagini della Squadra Mobile di Bari, coordinate dalle pm Simona Filoni e Lidia Giorgio, hanno documentato «squallide vicende di sfruttamento», scoperte grazie alle denunce di molte delle vittime e rituali violenti per il reclutamento degli adepti.

Mafia nigeriana, 32 arresti: la base era il Centro di accoglienza di Palese

Nella primavera 2017 la Polizia ricevette anche una lettera da alcuni cittadini nigeriani ospiti del Cara, tra i quali il pastore spirituale del Centro, contenente una richiesta di aiuto. «Imploriamo il governo italiano di proteggerci – scrivevano – perché non eravamo al sicuro in Nigeria, per questo siamo scappati, e ora in questo centro non siamo al sicuro a causa di queste sette». La Procura ha invitato a «non strumentalizzare questa vicenda», perché se da un lato ci sono criminali che hanno commesso reati e che vanno perseguiti indipendentemente dal colore, dalla razza o dal Paese di provenienza, dall’altro ci sono tanti loro connazionali che sono invece vittime e che hanno collaborato con la giustizia.

La forza di assoggettamento e intimidazione dei due gruppi criminali era tale che persino le ‘maman’ nigeriane che operavano a livello locale erano totalmente asservite alle loro richieste relative alla necessità di piazzare ragazze in strada per farle prostituire. Stessa violenza era riservata ai mendicanti, costretti a pagare il pizzo sull’elemosina per garantirsi una postazione davanti ai supermercati di Bari e provincia. A conferma del clima di terrore diffuso nella comunità nigeriana barese, gli interpreti incaricati dalla Procura di Bari delle traduzione dei dialetti usati dagli indagati per comunicare, hanno accettato solo a condizione che negli atti i loro nomi fossero omessi, per paura di ritorsioni.

Quelle di Bari sono solo due delle numerose gang nigeriane diffuse sul territorio italiano con almeno 13 «nest» (cellule operative), ed europeo, tutte ritenute propaggini delle storiche confraternite universitarie nate in Nigeria negli anni ’50 e trasformatesi in gruppi armati a partire dagli anni ’80.
Ancora oggi, secondo gli investigatori, «da Benin City arriva l’ordine e in Italia si esegue», con la creazione in ciascun territorio di «una sorta di Stato dentro lo Stato, fatto di proprie regole e totalmente incurante delle leggi».

LE INTERCETTAZIONI – Quello che ne è emerso è stato, in estrema sintesi, il quadro di uno ‘Stato dentro lo Stato’, fatto di proprie regole e totalmente incurante delle leggi, ma anche di molte basilari norme di convivenza civile. È uno spaccato che emerge dal blitz di Polizia e Dda contro due organizzazioni mafiose nigeriane smantellate oggi con decine di arresti in Italia e all’estero.

Una delle due «confraternite» finite al centro dell’indagine – si legge nella nota degli investigatori – si è vantata di una fitta presenza sul territorio italiano, diviso, secondo le parole dei protagonisti, in “13 nest” (cellule operative), oggetto di intercettazioni telefoniche e ambientali:
“… Eh … perchè adesso è diventato un solo comando … perchè i “world aviary” hanno già detto … e hanno fatto in Edo State … loro vogliono che ci siano 13 “nest” in Italia..”

Il linguaggio degli associati, dai capi ai semplici partecipi, è stato indicativo di un forte senso di appartenenza militante riferita ad un gruppo associativo:
“… no … da quel giorno che sono andato via da Bari, non sono più tornato … non posso venire a Bari senza chiamarti … e adesso che ho una casa … e ho tutto … e adesso che voglio far navigare nuovamente la “ship” a Bari, posso tornare a Bari in qualsiasi week-end ..” –

Anche il ritualismo di iniziazione (battesimo) è stato descritto dalle parole degli associati, ad esempio, con particolare drammaticità, il momento in cui un candidato non superava la prova di forza prevista:
“… stava succedendo questo H.F. ha cominciato ad avere i dubbi e forse non ce la fa a superare questo fatto, ha cominciato a sanguinare, H.F. ha cominciato a piangere, ha cominciato a fare cose strane, da lì tu hai detto che tipo di persona hanno portato, sta piangendo … tu hai detto che il ragazzo deve andare via, che loro devono dire al ragazzo che deve andare via …” –

Ed ancora, carico di soggezione si è dimostrato il rapporto tra i mendicanti ed i capi delle organizzazioni che pretendevano da loro la tangente sui ricavi delle elemosine davanti ai supermercati; i poveri mendicanti chiamavano “Signori” i loro estorsori.
Ma l’elemento più caratterizzante della metodologia mafiosa è rappresentato dal potere sanzionatorio, che impone una punizione (drill) a chi non si adegua alle regole dell’associazione, cioè non ne entra a far parte quando richiesto, non si impegna a pagare la periodica retta di appartenenza, non si prostituisce e, in generale, non rispetta le direttive dei capi:

“… mi ha detto che il suo ID si è lamentato perchè se non si riusciva a fare “drill” a Ifa nel campo tu dovevi farglielo sapere … perchè Ifa ogni domenica viene in città … e lui può dare ordine di far prendere Ifa … può parlare di questo fatto.. e fare “drill” a lui ….” –
“… questa notte gli taglierò le orecchie a quel “Junior” … si comporta male … gli farò “drill” … tu non preoccuparti … sappiamo quello che gli faremo …” –
“… Aro, stai zitto! … sto ancora parlando con lui … stai zitto … stai zitto … ma che cosa stai dicendo? … ma cosa gli sta prendendo a questo german (cioè ‘fratello’, appartenente al gruppo criminale)? … se vieni vicino a me ti metto sotto e ti faccio “drill” per quello che stai dicendo … Aro non mi nascondo … Aro non ho paura e questo non posso nasconderlo … se vieni qui ti metto sotto e faccio “drill” …” –
“non lo picchiare … Eiye non picchia … tu hai detto di essere “old set” … ci sarà “drilling” … bisogna osservare il protocollo per forza…” –
“eh… tu aspetta che veniamo… se sbaglia noi facciamo “drill” a lui… lui sa come funziona a casa … e così funziona anche qui… invece di gridare con lui tu lascialo perdere… quando io esco lo chiamiamo… quando una persona sbaglia bisogna …” –




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