I Rom puntano al Parlamento: “Un partito per fermare Salvini”

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Un partito Rom per contrastare “odio e discriminazione”. È l’idea di Giulia Di Rocco, assistente legale 44enne di Pratola Peligna, e di altre due rom, Virginia Morello e Concetta Sarachella: hanno fondato Mistipé, una formazione che si candida a rappresentare i rom nel Parlamento italiano.

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Per ora ci sono soltanto un simbolo, una ruota rossa su sfondo azzurro e verde, che si ispira alla bandiera rom, e un programma. Ma presto arriveranno un sito internet e una pagina Facebook.

La rom ad aver fondato due associazioni, Amici di Zefferino e Romanì Kriss, fa parte del Forum Rom Sinti e Caminanti istituito dall’Unar, sotto l’egida del Ministero delle Pari opportunità, dell’UCRI, l’Unione delle comunità romanes in Italia, e lo scorso luglio è diventata membro della International Rom Union, l’organismo che rappresenta i nomadi al Consiglio d’Europa e all’Onu.

Negli anni è riuscita a consegnare la bandiera della “nazione rom” a Papa Francesco, alla senatrice Liliana Segre e persino al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’obiettivo, ora è portare i rom all’interno delle istituzioni. Sono circa 180mila i rom italiani che ad ogni tornata elettorale esprimono la loro preferenza sulla scheda. “Ma il nostro partito non è aperto soltanto a loro – spiega Di Rocco al Giornale.it – tutte le persone che credono nelle nostre battaglie possono aderire”.

Per ora non si parla di alleanze né di possibili sinergie con altri partiti. Ma secondo le indiscrezioni apparse su alcuni quotidiani, come Libero, l’elettorato rom, che rappresenta lo 0,26 per cento della popolazione italiana, farebbe gola alla sinistra. Per ora Di Rocco smentisce, però, di aver ricevuto contatti con leader di altre formazioni politiche. “Certo ce ne sono alcuni che mi piacciono, che dicono cose giuste – ci dice – ma per ora non mi voglio sbilanciare”.

Di sicuro c’è che Mistipé nasce in antitesi “a chi con la ruspa ha fatto un’intera campagna elettorale”. “Da due anni a questa parte, in televisione sentiamo soltanto discorsi d’odio verso i rom da parte di politici di destra, come Matteo Salvini, e di fronte alle loro accuse finora non ci siamo potuti mai difendere, per questo abbiamo deciso di entrare in politica”, va avanti al telefono la presidente del partito.

“I rom – denuncia – sono discriminati, io sono italiana ma mi sento una cittadina di serie z, come zingara, i politici devono capire che ormai viviamo in una società cosmopolita, oggi parlare del diverso è una cosa superata, non ha alcun senso”. Al primo punto del programma politico di Mistipé, parola che in lingua romanì significa amore e rispetto reciproco, c’è la “lotta all’odio e alla discriminazione nei confronti dei rom” e degli stranieri in generale. Ma si parla anche di pari opportunità, specialmente per le donne, e di superamento dei campi rom sparsi per l’Italia. In totale, in questi insediamenti vivono circa 26mila persone.

“I campi rom sono delle pattumiere umane e una vergogna per l’Italia, sono un retaggio fascista”, attacca Di Rocco che propone di “dare dignità a queste persone, ma non andando lì e buttando giù le baracche”. “È facile – dice – fare il leone con le pecore, ma sgomberare i campi senza offrire alternative è come sparare sulla Croce Rossa”. Finora sul punto, secondo la leader di Mistipè, non è stato fatto granché. Rimandata a settembre anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che dal 2017 prova, con scarso successo, a chiudere alcuni dei più importanti insediamenti capitolini.

“Per trovare una soluzione efficace avrebbe dovuto affidarsi alle comunità della zona, dovrebbe farsi aiutare – suggerisce Di Rocco – direttamente dai rom”. Per la presidente del partito in Italia ci sono ancora troppi pregiudizi nei confronti dei nomadi. E la colpa è anche dei media. “Quando si commette un reato la responsabilità è personale – osserva la leader del partito – invece i giornali non scrivono nomi e cognomi ma semplicemente che l’autore del gesto era rom, così facendo però ci rimettiamo tutti noi persone perbene”.

“Non è vero che i rom sono tutti ladri, sarebbe come dire – conclude – che gli italiani sono tutti mafiosi”.

Si, ma noi, nemmeno in Sicilia, non andiamo tutti in giro con la lupara e la coppola, minchia.

Al di là della bizzarria di questa iniziativa, c’è comunque l’indicazione di cosa sono le società multietniche: un’accozzaglia che genera frammentazione, anche politica, su linee razziali che rende impossibile la democrazia. Gli Usa insegnano.




6 pensieri su “I Rom puntano al Parlamento: “Un partito per fermare Salvini””

  1. Non c’è da scherzare, verunell, affatto, anzi, è tragica la notizia. Come il redattore giustamente ha sottolineato, e spesso lo fa Vox, questi partitini etnici sono solo l’inizio. E mi aspetto che le sinistre, sotto il mantra dei ‘diritti umani’, finisca per garantire ‘quote’ per ognuno di questi. Altrimenti non sarebbero rappresentati no, e poi sa tanto di ‘inclusione’. Ovviamente a spese degli italiani. L’esempio gli viene dagli altoatesini di lingua tedesca, che per altri motivi, hanno una rappresentanza in parlamento sproporzionata rispetto al loro peso etnico. Per la sinistra, ritengono, sarebbe la gallina dalle uova d’oro poter contare su una serie di seggi ‘sicuri’, considerando che le maggioranze si giocano sull’orlo di pochi singoli, ed ancora più sarà così con la riforma costituzionale di riduzione dei parlamentari. Preparatevi nei prossimi anni alla richiesta a gran voce di quote nere, zingare, trasngender e quant’altro gli verrà in mente in quelle menti criminali e malate.

    1. Non sono criminali: cioè, lo sono, ma la loro definizione primaria è quella di INFAMI TRADITORI. Perchè il criminale a volte è incosciente del crimine che commette, mentre solo degli infami traditori svendono il loro paese, dal quale succhiano migliaia di euro al mese, al mero scopo d’evitare di finire a spasso. Il criminale può essere graziato, perchè può anche pentirsi sinceramente: l’infame traditore no. Non si pente. Perchè, da parassita qual è, non altro mezzo per sopavvivere (alla grande) che sfruttare il proprio paese e svenderlo ai criminali globalisti, apportando scuse ideologiche e di “seria politica economica”.

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