Pescatori cinesi torturano dipendenti indonesiani e li congelano

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Il sequestro di due pescherecci cinesi da parte delle autorità dell’Indonesia, che vi hanno rinvenuto il cadavere di un marinaio indonesiano apparentemente sottoposto a tortura, aggiunge un grave fattore di tensione alle relazioni tra Giacarta e Pechino, che si stanno rapidamente deteriorando a causa delle opposte rivendicazioni territoriali e degli orientamenti espressi dall’opinione pubblica indonesiana. Quest’ultima osserva con crescente ostilità l’arrivo di lavoratori cinesi scarsamente qualificati nel paese, innescando di recente anche una serie di manifestazioni di protesta. Ad alimentare l’insicurezza dell’opinione pubblica indonesiana è anche la massiccia presenza economica della Cina nell’Arcipelago indonesiano, che si palesa soprattutto sul fronte degli investimenti infrastrutturali. L’amministrazione del presidente Joko Widodo, ritenuta generalmente amichevole nei confronti di Pechino, ha recepito queste dinamiche sul fronte della Difesa, avviando negli ultimi anni un rafforzamento del deterrente aereo e navale del paese, per arginare le rivendicazioni di Pechino su una parte della zona economica esclusiva indonesiana, nel Mar Cinese Meridionale. Una svolta ancor più inattesa e decisiva, però, è la scelta di tornare a discutere la partecipazione del Giappone allo sviluppo della rete ferroviaria nazionale, sinora affidato in esclusiva alla Cina.

Il sequestro delle due imbarcazioni cinesi, su cui operavano in tutto 22 marinai indonesiani, è avvenuto mercoledì, 8 luglio su segnalazione dei loro familiari, che avevano udito dai loro congiunti ripetuti resoconti di abusi e violenze. Il fermo dei pescherecci, che operavano solitamente nelle acque del Pacifico, al largo del Sud America, è avvenuto mentre le imbarcazioni si rifornivano a Batam, nell’arcipelago indonesiano delle Riau. Una volta a bordo di una delle due imbarcazioni, la Huang Yuan Yu 117, i funzionari indonesiani hanno rinvenuto il cadavere di un marinaio indonesiano 20enne, morto probabilmente da oltre un mese, e stivato in una cella frigorifera. Secondo alcuni membri dell’equipaggio, il marinaio era stato sottoposto a tortura dal capitano e da altri membri cinesi dell’equipaggio, che sono stati denunciati. Nelle scorse settimane le autorità indonesiane avevano annunciato l’avvio di indagini in merito ad un quarto caso di un marinaio indonesiano deceduto a bordo di un peschereccio cinese e “sepolto in mare” dal suo equipaggio. L’episodio, avvenuto al largo della Somalia e risalente allo scorso gennaio, era stato denunciato tra gli altri da Destructive Fishing Watch, un gruppo di monitoraggio delle pratiche illegali e abusive nell’industria della pesca.

Lo scorso maggio, dopo lo scandalo suscitato dalla circolazione dei primi video di marinai indonesiani abusati, deceduti e gettati in mare dagli equipaggi di pescherecci cinesi, Giacarta si è rivolta al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Onu), chiedendo di vigilare sugli abusi ai danni dei lavoratori nell’industria della pesca. La missione indonesiana all’Onu aveva affermato in una nota che “l’Indonesia sottolinea l’urgente necessità che il Consiglio tuteli i diritti dei gruppi vulnerabili, e in particolare i diritti delle persone che lavorano nel settore della pesca”, ha dichiarato Hasan Kleib, ambasciatore indonesiano all’Onu. Nelle settimane precedenti, Giacarta aveva anche convocato l’ambasciatore cinese, Xiao Qian, rispondendo alle pressioni di alcune associazioni per i diritti civili, secondo cui i marinai indonesiani impiegati a bordo delle navi da pesca cinesi sono oggetto di abusi e sfruttamento: accuse avvalorate in alcuni casi da video risalenti allo scorso dicembre e circolati sui social media, che riprendevano anche la sbrigativa “sepoltura in mare” dei marinai indonesiani deceduti. Secondo la Environmental Justice Foundation, un’associazione per i diritti civili con sede nel Regno Unito, i marinai indonesiani a bordo dei pescherecci cinesi sono sottoposti a turni lavorativi snervanti, sino a 18 ore, e retribuiti poco più di un dollaro al giorno.

Il presidente indonesiano, Joko Widodo, non ha mai soffiato attivamente sul fuoco degli attriti tra Pechino e Giacarta, ed è anzi ritenuto un interlocutore amichevole della Cina. L’amministrazione presidenziale in carica ha evitato di polemizzare apertamente con Pechino per il caso dei marinai deceduti, pur chiedendo chiarezza in merito alle condizioni di lavoro a bordo delle navi cinesi. Widodo deve fare però i conti con un’opinione pubblica dagli orientamenti sempre più marcatamente nazionalisti, che negli ultimi anni sono stati attivamente alimentati dall’islamismo politico, in costante ascesa in un paese dove cala invece la fiducia nelle istituzioni democratiche. I cittadini indonesiani esprimono crescente ostilità nei confronti della crescente presenza economica della Cina in Indonesia: a Pechino sono stati affidati negli scorsi anni progetti infrastrutturali di altissimo profilo, a cominciare dalla realizzazione dell’alta velocità ferroviaria indonesiana; nell’Arcipelago è contestualmente cresciuto il timore di uno scivolamento di Giacarta nella “trappola del debito” cinese, ed ha inasprito il clima anche il progressivo afflusso di lavoratori cinesi scarsamente qualificati, giudicati una minaccia per i lavoratori domestici in un contesto occupazionale già difficile, specie nel contesto dell’emergenza pandemica globale.

Il mese scorso associazioni studentesche nell’isola indonesiana di Sulawesi hanno organizzato proteste contro i lavoratori cinesi immigrati, che accusano di sottrarre lavoro ai locali. Il 30 giugno, in particolare, sono scattate proteste in risposta all’arrivo nella città di Kendari, nella provincia di Sulawesi Meridionale, di oltre un centinaio di lavoratori cinesi. Centinaia di studenti hanno cinto d’assedio l’aeroporto, e i lavoratori immigrati sono stati scortati da un massiccio schieramento di polizia. Sulkarnain, leader locale dell’Associazione degli studenti islamici (Hmi), ha organizzato ulteriori manifestazioni all’inizio di questo mese. Secondo gli organizzatori delle proteste, i lavoratori in arrivo dalla Cina non sono qualificati, e le loro mansioni potrebbero essere affidate a manodopera locale. I lavoratori cinesi sono stati assunti da un’azienda mineraria partecipata dalla Cina, PT Virtue Dragon Nickel Industry (Vdni), e da una seconda azienda, Pt Obsidian Stainless Steel (Oss), per installare 33 tra altoforni e altri impianti siderurgici.

In questo contesto, il governo dell’Indonesia ha annunciato a sorpresa il mese scorso di aver intrapreso discussioni in merito alla possibile partecipazione del Giappone al progetto della linea ferroviaria ad alta velocità tra Giacarta e Bandung, nel tentativo di rilanciare il progetto affidato alla Cina, affetto da ritardi e dal progressivo aumento dei costi. La nuova proposta prevede di combinare la linea ferroviaria, che il Giappone si era candidato senza successo a realizzare nel 2015, ad un altro progetto ferroviario nippo-indonesiano, per la modernizzazione della linea ferroviaria lunga 750 chilometri tra Giacarta e Surabaya. Il ministro degli Esteri indonesiano, Retno Marsudi, ha spiegato durante una conferenza stampa online che l’esecutivo sta valutando di estendere la linea ad alta velocità Giacarta-Bandung sino a Surabaya. Il Giappone è un partner importante per lo sviluppo infrastrutturale dell’Indonesia, e la cooperazione aiuterà a potenziare l’interconnessione tra i maggiori centri urbani del paese e accelerare la crescita economica, ha dichiarato il ministro.

Diversi esponenti del governo indonesiano promuovono da tempo l’integrazione dei due progetti ferroviari, sostenendo che una sola linea ferroviaria da Giacarta a Surabaya sarebbe più efficiente di due linee dirette verso est e sud-est dalla capitale. Il progressivo aumento dei costi della linea ad alta velocità ha rafforzato questa posizione. Il ministro delle Imprese di Stato indonesiano dovrebbe approntare un nuovo piano e presentarlo al Giappone nei prossimi mesi. La Cina si è aggiudicata il progetto dell’alta velocità Giacarta-Bandung proponendo di realizzare l’opera senza alcun contributo da parte del governo indonesiano. La cerimonia di avvio dei lavori è stata effettuata a gennaio 2016, e la linea doveva essere inaugurata lo scorso anno, come parte dell’ambiziosa iniziativa della Nuova via della seta cinese. Ritardi causati anche dalle procedure di esproprio dei terreni – una condizione posta per la concessione di finanziamenti da China Development Bank, che ha impengato il 75 per cento del capitale necessario – ha però causato continui ritardi, e ad oggi il completamento dell’opera è previsto non prima del 2021. Recentemente i lavori hanno subito una nuova battuta d’arresto a causa della pandemia di coronavirus.

Integrare il Giappone ai progetti per lo sviluppo della rete ferroviaria indonesiana servirà anche a rilanciare l’immagine di un progetto – quello della linea Giacarta-Bandung – che sin dal principio aveva suscitato dubbi in materia di sostenibilità economica. L’operazione di Giacarta pare mossa però anche da considerazioni di carattere geostrategico: il governo indonesiano sembra deciso a trasmettere una immagine di maggiore equidistanza da Stati Uniti e Cina, in un contesto di crescente ostilità tra le due maggiori potenze globali. In questo senso, la cooperazione con il Giappone, ed i suoi benefici in materia economica e di know-how industriale, appare una allettante “terza via” già intrapresa da altri paesi del Sud-est asiatico. Le Filippine, ad esempio, hanno affidato al Giappone parte del progetto per la nuova rete ferroviaria di Mindanao. L’avvicinamento a Tokyo consente anche di fronteggiare in maniera più efficace le mire territoriali avanzate da Pechino sul Mar Cinese Meridionale, che interessano direttamente parte della zona economica esclusiva di Giacarta al largo delle isole Natuna.




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