Nessun ricollocamento, Lamorgese ha mentito: sono tutti rimasti in Italia

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L’Italia chiede i ricollocamenti automatici dei clandestini nel resto d’Europa. I governi di Visegrad, ovviamente, si oppongono ad ogni misura del genere: perché Budapest dovrebbe fare la fine di Minneapolis a causa dell’idiozia dei governi italiani che vanno a prendere i clandestini in Libia invece di riportarceli?

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La soluzione è, come sempre, non diffonderli in tutta Europa, che è il sogno della Ue che vuole usare l’Italia come base di lancio dell’africanizzazione del continente, ma rimandarli da dove sono partiti.

Fatto sta che il governo abusivo italiano ha per mesi millantato un accordo sui ricollocamenti, quello pomposamente denominato ‘Accordo di Malta’, che avrebbe previsto l’uscita dall’Italia di migliaia di clandestini verso altri Paesi Ue: era ed è una bufala. Solo poche decine di immigrati sono stati ricollocati in Germania e Francia. Tutte le altre migliaia sbarcate sono rimaste qui. A spacciare. In attesa di Bellanova.

E che a Malta nello scorso settembre non è cambiato nulla ben lo si può evincere anche da “non paper” illustrato in questo venerdì dal ministro dell’interno Lamorgese. Si tratta di un documento con il quale l’Italia, assieme a Grecia, Cipro, Spagna e Malta chiede alla commissione europea una riforma della carta di Dublino.

In particolare, così come si legge dal testo presentato dal titolare del Viminale, la proposta è quella di un meccanismo che “superi il criterio della responsabilità del paese di primo ingresso e preveda un meccanismo di ricollocamenti obbligatori”. È stata cioè fatta la stessa richiesta già esposta durante quel famoso vertice di Malta del 23 settembre 2019. Con il riferimento al termine ricollocamento nuovamente tornato di attualità.

“I migranti che sbarcano sul territorio di uno Stato membro – si legge ancora nel testo odierno – come risultato di un’operazione di ricerca e soccorso non può essere considerato allo stesso modo di altri ingressi irregolari. In caso di pressione migratoria sproporzionata alla frontiera mediterranea di uno Stato membro, un porto sicuro alternativo dovrebbe essere proposto”.

L’intento sarebbe dunque quello di superare il principio base di Dublino, obiettivo questo da sempre inseguito soprattutto dagli Stati del sud Europa, per ovvie ragioni geografiche i più esposti al fenomeno migratorio legato alle rotte del Mediterraneo. Un obiettivo inseguito da anni per la verità, ma mai raggiunto.

Nel non paper presentato dalla Lamorgese, il ricollocamento dovrebbe prevedere “un meccanismo prevedibile obbligatorio e automatico” destinato ad attribuire “la responsabilità per i richiedenti asilo sulla base di una distribuzione pro-quota per ciascuno Stato membro”. Quote che, secondo i ministri dell’interno dei Paesi mediterranei dell’Ue, dovrebbero “essere definite attraverso un sistema centralizzato a livello europeo”.

Ma proprio sul fronte comunitario, questa proposta ha trovato già non pochi detrattori. In particolare, ad un blocco costituito dai Paesi del Mediterraneo, sembra essersi subito contrapposto un altro gruppo che ha nei governi del patto di Visegrad la base principale. Ed infatti i ministri dell’interno di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, Paesi per l’appunto membri di Visegrad, hanno scritto una lettera al vice presidente della Commissione Europea, Margaritis Schinas, in cui si sono detti in disaccordo sulla proposta di un qualsivoglia ricollocamento automatico.

La lettera, che è stata firmata anche dai rappresentanti di Slovenia, Estonia e Lettonia, è stata resa nota dal ministero dell’interno polacco, vede nei ricollocamenti obbligatori una modalità ritenuta non ottimale per affrontare il problema migratorio: “Vi sono forti obiezioni alla ricollocazione obbligatoria in qualsiasi forma – fanno sapere dal ministero dell’interno polacco ai media nazionali di Varsavia – al rafforzamento delle frontiere esterne dell’Ue e all’elaborazione di soluzioni in caso di situazione di crisi che consentano una reazione elastica”.

Gli africani devono stare in Africa. E’ la cosa più naturale del mondo.




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