Coronavirus, Gimbe: non riaprire Lombardia, Liguria e Piemonte

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Secondo la fondazione Gimbe, che stamani ha accusato alcune regioni di ‘falsare i dati’, la riapertura di Lombardia, Liguria e Piemonte è prematura: la curva del contagio in queste tre regioni non è infatti adeguatamente sotto controllo, con il maggior incremento di nuovi casi. L’incidenza per 100mila abitanti, quando la media nazionale è 32, in Lombardia il dato è infatti di 96, in Liguria di 76 e in Piemonte di 63.

Su alcune cose siamo d’accordo, la Lombardia andava chiusa, tutta, all’inizio. Avrebbe evitato la catastrofe attuale. Ma i sindaci Pd e il segretario del loro partito organizzavano aperitivi a Codogno chiusa. Il loro governo si rifiutava di dichiarare la Bergamasca ‘zona rossa’.

Le regioni e la Lombardia ‘aggiustano’ i dati per paura di un altro stop? “C’è il ragionevole sospetto che sia così, anche perché in Lombardia si sono verificate troppe stranezze sui dati nel corso di questi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti andando ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti; alternanze e ritardi nella comunicazione dei dati, cosa che poteva essere giustificata nella fase dell’emergenza quando c’erano moltissimi casi ma molto meno ora, eppure i riconteggi sono molto più frequenti in questa fase 2. E’ come se ci fosse una sorta di necessità di mantenere sotto un certo livello quello che è il numero dei casi diagnosticati”. Così Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe, ospite di 24 Mattino su Radio 24.

“La Lombardia – continua – probabilmente ha avuto questa enorme diffusione del contagio in una fase precedente al caso 1 di Codogno e le misure di lockdown, come avevamo chiesto noi all’inizio di marzo, dovevano essere più rigorose e restrittive. Noi avevamo chiesto la chiusura dell’intera Lombardia, un po’ come Wuhan, perché era evidente che quel livello di esplosione del contagio non poteva che essere testimonianza di un virus che serpeggiava in maniera molto diffusa già nel mese di febbraio. Non è stato fatto, sono state prese tutta una serie di non decisioni, come la non chiusura delle zone di Alzano Lombardo e Nembro, che hanno determinato tutto quello che è successo nella bergamasca, e poi una smania ossessiva di riaprire”.

“La nostra grossa preoccupazione è che in questo momento la situazione lombarda sia quella che uscirà per ultima da questa tragedia, perché se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, allora è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l’epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività, e questo non lascia tranquilli”, dice il presidente di fondazione Gimbe per il quale “non si sta effettuando un’attività di testing adeguato”.

“E’ evidente che i casi sommersi sono 10-20 volte quelli esistenti – aggiunge Cartabellotta – e se non li vado a identificare, tracciare e isolare questi continuano a girare e contagiare. E’ un cane che si morde la coda: da una parte non si vogliono fare troppi tamponi per evitare di mettere sul piatto troppi casi, dall’altro non identificando questi casi si alimenta il contagio tanto che, secondo la valutazione che pubblichiamo oggi, negli ultimi 23 giorni, dal 4 al 27 maggio, la Lombardia ha il 6% di tamponi diagnostici positivi, e sottolineo ‘diagnostici’ perché se mettiamo al denominatore tutti i tamponi fatti è chiaro che questa percentuale artificiosamente scende. La Liguria è al 5,8%, il Piemonte al 3,8%”.

“Le uniche due regioni che stanno facendo un’attività di testing massiccio – spiega ancora Cartabellotta – sono Valle d’Aosta e provincia di Trento che dal 4 maggio stanno facendo circa 4.200 tamponi per 100mila abitanti. Un numero abbastanza consistente. Subito dopo ci sono Basilicata e Friuli che stanno a 2.200-2.300 mentre le regioni più colpite, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, stanno intorno ai 1.200-1.500 al giorno”.

“E’ evidente – sottolinea – che questo si riflette anche sul numero dei casi diagnosticati. Poi ci sono alcune regioni del sud come Puglia, Sicilia e Campania, che è vero che hanno pochi casi ma è anche vero che fanno un numero di tamponi per 100mila abitanti che si colloca tra i 250 e gli 800. Il concetto è: il virus, per trovarlo lo devi cercare; se non lo cerchi non è certo che non ci sia”.

Passaporto sanitario e patente di immunità: “Citerei la scena di Fantozzi e la Corazzata Potemkin, per una serie di ragioni: intanto . spiega Cartabellotta – ogni test che viene effettuato ha una validità legata al momento in cui viene effettuato, posso fare il tampone oggi e contagiarmi domani mattina; e poi la patente viene spesso attribuita ai test sierologici che di fatto hanno una specificità molto bassa con troppi falsi positivi, ma in ogni caso anche se uno è negativo può contagiarsi il giorno dopo”.

Il dato da guardare sono le terapie intensive: finché si svuotano, il virus non è un problema. Possono anche esserci milioni di contagiati: conta una fava. Questo fanatismo da coronavirus è molto più infettivo e mortale dell’epidemia stessa.

“Gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero”. Così la Regione Lombardia commenta le dichiarazioni di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che, parlando della situazione in Lombardia, ha sostenuto che siano stati fatti “magheggi sui numeri” nella regione. “In Lombardia fin dall’inizio della pandemia i dati vengono pubblicati in maniera trasparente e inviati alle Istituzioni e alle autorità sanitarie preposte. Nessuno, a partire dall’Istituto Superiore di Sanità, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro che, anzi, proprio l’Iss ha sempre validato ritenendolo idoneo per rappresentare la situazione della nostra regione”. Dalla Regione si sottolinea che “è inaccettabile ascoltare simili affermazioni che ci auguriamo vengano rettificate da chi le pronunciate”.




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