Coronavirus, medico: “Non chiudere porti è rischio”

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Africa e Cina sono collegate da 2.600 voli all’anno, 7 al giorno. Nel 2003, quando esplose la SARS (sindrome respiratoria del 2003), erano meno di 250. Oltre 200mila lavoratori cinesi vivono da tempo stabilmente in Africa, circa 50mila cinesi si recano nel continente per affari o per turismo

Avete pubblicato uno studio su The Lancet che riguarda proprio l’Africa. Qual è la situazione?

«Ci sono tre Paesi più esposti degli altri: Egitto, Algeria e Sudafrica. E l’unico caso di coronavirus riscontrato finora nel continente, dopo la pubblicazione dello studio, è stato proprio in Egitto».

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Come avete individuato quei tre Paesi?

«Ci siamo basati soprattutto sui flussi aerei da ogni provincia cinese verso i singoli Stati africani, esclusa Hubei, quella di Wuhan, dalla quale i voli sono bloccati. Va detto che, fortunatamente, proprio i tre Stati sono, nel contesto del continente, tra quelli che meglio possono arginare il contagio».

Questo come lo valutate?

«Consideriamo due indicatori: la capacità funzionale a livello sanitario, che valutiamo in particolare con i dati forniti dall’Oms. E poi una vulnerabilità, che non è collegata direttamente alla sanità, ma a fattori più generali, come la stabilità economica e politica o la demografia».

Quale la situazione altrove in Africa?

«A parte i tre Paesi citati, ce ne sono altri sette, che sono meno esposti, ma dove, appunto, la capacità funzionale e la vulnerabilità sono molto più carenti. Si tratta di Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya.

Voi avete fotografato una situazione, che poi è in divenire. Come può cambiare?

«Nello studio indichiamo, ad esempio, che il Guangdong ha relazioni intense con una serie di Paesi: Camerun, Repubblica democratica del Congo, Madagascar, Mozambico, Rwanda, Senegal e Tunisia. Se l’incidenza del virus aumenta nel Guangdong, questi Stati rischieranno di più».

Quale relazione tra i voli aerei con la Cina e la possibilità di contagio in Africa?

«È forte, ovviamente. La metà è assicurata da Ethiopian Airlines, che non ha cessato i voli. Però va detto che se si fermano al 100% si blocca davvero la possibilità d’importare il virus. Se, invece, si riducono, anche del 90%, la possibilità di un contagio è solo ritardata».

E Maria Teresa Baione, medico, scrive nel suo intervento sul Primato Nazionale: “[…] per quanto riguarda le cosiddette “migrazioni” dall’Africa – continente, da sempre, serbatoio epidemiologico – è necessario adottare provvedimenti restrittivi”.

“L’Africa, dove la Cina ha investito miliardi e ci sono cinesi che comunque rientrano in patria per poi ripartire – e dove non ci si può aspettare straordinarie misure di igiene e continenza – potenzialmente potrebbe rappresentare un altro elemento di forte preoccupazione. E’ necessario agire in fretta con rigore e autorevolezza, chiudere lo spazio aereo ai voli cinesi in tutti i paesi europei, chiudere i porti ed esercitare la massima sorveglianza su trasporti e merci, obbligare i sospetti all’isolamento che non può essere volontario o discrezionale. Certamente sono misure emergenziali, ma forse le sole a limitare il contagio da coronavirus che potrebbe essere devastante per l’Italia. Perché, a prescindere da quanto si dica, il nostro sistema sanitario nazionale – fatte le debite eccezioni – non potrebbe reggere”.

Pensare che, con i milioni di cinesi che dalle zone infette vanno e vengono tra l’Africa e la Cina, non sia stato individuato nemmeno un caso oltre l’Egitto, mentre in Italia siamo già a 16 (mentre scriviamo), ci dice che in realtà i casi in Africa sono centinaia. Solo che non se ne accorgono.

Nel continente africano vivono oltre 1 miliardo e 325 milioni di persone. La fanno da padrone demografico la Nigeria con 203 milioni di abitanti, Etiopia con 108 milioni, l’Egitto con 99 milioni, il Congo con 85 milioni. In Europa, per avere un termine di confronto, vivono 700 milioni di persone, compresi i Paesi che non fanno parte dell’UE.




Un pensiero su “Coronavirus, medico: “Non chiudere porti è rischio””

  1. Vi racconto un fatto che non commenterò, sarete voi a trarre le conclusioni del caso…
    Questo pomeriggio ero imbestialita per una delle tante scorrettezze di un supermercato che incomincia per B e contiene una K (tipica usanza comunista) all’interno del marchio.
    Così ho chiamato i Nas per sapere che fine ha fatto l’Annona, mi rammaricavo per la perdita di una falage tattica importante per combattere i disonesti/scorretti. Il militare mi ha ascoltato pazientemente ma poi ha sbottato: “signora siamo in piena emergenza coronavirus e lei si preoccupa di questi dettagli?”
    Ecco…ma quale emergenza possono avere i Nas di Genova riguardo al virus OGGI?
    Il dato certo che io sono una granrompicog.

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