Virus Cina è arrivato in Africa: già 50mila infetti in città cinese

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Un sospetto caso di coronavirus in Costa d’Avorio è risultato negativo. Lo ha reso noto il ministero della Salute in un comunicato, secondo cui i test condotti da istituti di ricerca in Costa d’Avorio e Francia sono risultati negativi. Il caso riguardava uno studente di 34 anni proveniente dalla Cina e che è stato tenuto in quarantena durante l’esecuzione dei test. Altri quattro casi sospetti sono stati riscontrati nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, e uno a Nairobi, in Kenya.

Le autorità della Costa d’Avorio stanno effettuando controlli per un sospetto contagio da coronavirus che, se confermato, sarebbe il primo nel continente africano. Lo rendono noto i media locali citando il ministero della Sanità. Si tratta di uno studente ivoriano di rientro da Pechino.

Visto l’ampia penetrazione cinese in Africa, era solamente questione di tempo. Sapete, vero, cosa vuol dire? Che presto ce li ritroveremo sui barconi. Tanto sbarcano senza controlli dalle ONG.

Se in Cina si è diffuso così velocemente, figuriamoci nelle megalopoli africane degradate e senza controlli sanitari.

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), intanto, ha corretto la sua valutazione sulla situazione relativa al coronavirus cinese, elevandolo ad “alto” da “moderato” e ammette che, nei precedenti suoi rapporti, c’è stato un “errore di formulazione”. Nel suo ultimo rapporto, l’organizzazione parla infatti di un “rischio molto alto in Cina, alto a livello regionale e alto a livello globale”.

Un team di esperti di Hong Kong al lavoro sull’emergenza del coronavirus ha invocato l’adozione di “misure draconiane” come il blocco ai viaggi e la chiusura delle scuole nelle principali città del Paese, stimando a Wuhan, il focolaio dell’infezione, già 44.000 infettati. Presentando la ‘mappatura del virus’, Gabriel Leung, preside della facoltà di medicina dell’Hong Kong University, ha tracciato scenari da incubo per l’accelerata della diffusione nelle principali città cinesi. “Dobbiamo essere pronti al fatto che l’epidemia possa diventare una a livello globale”.

E si apprende che il primo caso di infezione da coronavirus 2019-nCoV risale al primo dicembre e la persona infettata non era stata al mercato ittico di Wuhan, finora ritenuto il focolaio del contagio. E’ quanto emerge dalla ricostruzione delle prime fasi dell’epidemia pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science sul suo sito. Tuttavia, dei primi 41 casi esaminati dal gruppo di ricerca cinese guidato da Chaolin Huang, dell’ospedale Jin Yin-tan di Wuhan, 27 (pari al 66%) erano stati al mercato a partire dal 10 dicembre. “La comparsa dei sintomi nel primo paziente identificato risale al primo dicembre 2019“, si legge su The Lancet. “Nessuno dei suoi familiari – proseguono gli autori della ricerca – ha sviluppato febbre né altri sintomi respiratori”. Al momento, inoltre, “non ci sono legami epidemiologici fra il primo paziente e gli altri casi”. Uno degli specialisti che ha contribuito allo studio, Daniel Lucey, esperto di malattie infettive all’Università di Georgetown, sottolinea inoltre che se i dati rilevati dovessero trovare conferma, le prime infezioni dovrebbero essersi verificate a novembre, a causa del tempo di incubazione tra infezione e comparsa dei sintomi.
Intanto, 50 italiani sarebbero ‘prigionieri’ nel punto zero dell’epidemia

Anche l’Italia, come altri Paesi, sta predisponendo la possibile evacuazione dei connazionali che si trovano nell’area di Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus: un’ipotesi allo studio è il trasferimento via terra, a condizione di restare in osservazione per i successivi 14 giorni in un ospedale cinese di una regione più sicura. Ma la prospettiva di una quarantena non convince i connazionali. Sono una cinquantina gli italiani attualmente presenti nella città focolaio della malattia e in tutta la regione di Hubei.

L’ambasciata a Pechino, in raccordo con l’Unità di Crisi della Farnesina, è in contatto con tutti per conoscere le loro intenzioni. Per chi deciderà di andarsene, il piano prevede un trasporto in autobus a Changsha, capitale della provincia dello Huhan, a 350 km circa di distanza da Wuhan. Una volta arrivati a destinazione, sarebbero trasferiti in un ospedale per un periodo di osservazione di due settimane, tempo necessario per il decorso dell’incubazione del virus.

Il capo dell’Unità di Crisi Stefano Verrecchia ha chiarito che la quarantena, che sarebbe sia in uscita ma anche in entrata da Wuhan, è “un’ipotesi allo studio dell’Italia con gli altri partner”. Ed in ogni caso l’evacuazione dei connazionali sarebbe possibile soltanto dopo l’autorizzazione delle autorità cinesi. Per coloro che invece scelgono di restare, Verrecchia ha spiegato che l’ambasciata a Pechino “sta provvedendo a tutte le misure del caso” per fornire loro assistenza. Tra i connazionali di Wuhan in queste ore c’è incertezza sul da farsi. La maggioranza di loro ha espresso dubbi. C’è “scarsa chiarezza sulle mosse successive. E se fosse un ospedale militare per la quarantena cosa succederebbe dopo?”, dice all’ANSA uno di loro.

“La sensazione – osserva un altro, ammettendo gli sforzi della Farnesina – è che la Cina non voglia rompere il fronte del divieto di lasciare la città”. Inoltre, si ragiona, un trasporto in autobus è considerato “rischioso” e quindi in molti preferirebbero, senza un percorso più chiaro, restare chiusi in casa a Wuhan. Ai piani di evacuazione hanno iniziato a lavorare per primi gli Stati Uniti, il primo Paese fuori dall’Asia in cui si sono registrati dei casi di coronavirus. Washington ha in mente un ponte aereo per i circa mille americani presenti nella provincia di Hubei, incluso il personale diplomatico, e l’obiettivo è farli partire martedì. Sempre che Pechino decida di autorizzarlo. Lo stesso sta facendo Tokyo. Per i circa 700 giapponesi presenti a Wuhan che volessero partire, il governo metterà a disposizione degli aerei. Anche Parigi è in contatto con Pechino per preparare l’evacuazione dei circa 500 francesi che si trovano in città e nelle aree limitrofe.




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