Trans esige di farsi visitare il pisello dal ginecologo: al rifiuto lo denuncia

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Un trans non operato va dal ginecologo e pretende di farsi esaminare il pene. Lui si rifiuta e lei lo denuncia. Non è l’inizio di una barzelletta, è successo veramente in Canada: il protagonista della vicenda è Jessica Yaniv (nato come Jonathan Yaniv), nome che qui in Italia dice poco, ma in Nord America è tristemente noto per le assurde “battaglie” di cui si sta facendo alfiere (o alfiera? Alfieressa? Che declinazione dobbiamo usare per non farci denunciare al tribunale dei diritti Lgbt?).

Yaniv, 32 anni, attivista transgender, passa il suo tempo — deve averne molto di libero — girovagando per esercizi commerciali e studi di professionisti pretendendo prestazioni che normalmente sarebbero riservate alle donne (quelle vere). Se incontra un rifiuto, passa all’attacco facendo causa per “discriminazione”.
L’ultimo episodio in ordine di tempo ha avuto luogo qualche giorno fa, quando Yaniv ha twittato a proposito di un ginecologo che si sarebbe rifiutato di visitarla, in quanto ancora in possesso degli organi genitali maschili. “Sporgerò denuncia, le persone transgender devono essere incluse, non escluse dalla società”.
La vicenda ha scatenato l’indignazione di un’altra trans, Blaire White: attivista alt-right, ha da tempo ingaggiato una personalissima battaglia contro Yaniv, portando alla luce anche dei presunti episodi di molestie sessuali ai danni di una ragazzina di 14 anni. “Un pedofilo sotto le mentite spoglie di transgender”, l’aveva definita la White. A proposito della vicenda del ginecologo, ha twittato: “Non vai dal ginecologo se non hai una vagina. Non vai dal meccanico se non possiedi un’auto. Smettila di bullizzare le persone per costringerle a toccarti le parti intime”.

Quello del ginecologo è solo l’ultimo episodio. Tempo fa, infatti, Yaniv si era recata in alcuni centri estetici pretendendo che le estetiste le depilassero lo scroto. Aveva fatto precisa richiesta di essere servita da lavoratrici immigrate, ben sapendo che sarebbero rifiutate — vuoi per motivi religiosi, vuoi per background culturale — di erogare detto servizio alla trans, che le aveva denunciate seduta stante, chiedendo un risarcimento e sollevando il consueto polverone mediatico. Deo gratias il tribunale ha risposto picche alle deliranti pretese della Yaniv, stabilendo che le sue denunce di violazione dei diritti umani seguono uno schema preciso che mira a colpire “piccole attività commerciali per trarne del profitto personale approfittando del suo essere trans, e per punire alcuni gruppi etnici che lei percepisce come ostili alla causa Lgbt”.

Questa notizia ci porta ad un nuovo studio che identifica la ‘disforia di genere’, proprio la patologia dei trans, in un difetto nel cervello.

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Il disturbo di chi non si riconosce nel proprio sesso biologico sarebbe dovuto, infatti, ad un’alterazione dell’attività di specifici network di regioni cerebrali. Lo sostiene un nuovo studio che mette in discussione l’interpretazione basata su differenze neuroanatomiche e l’intervento chirurgico per il cambiamento di sesso.

Ergo: operare un uomo che si crede donna e viceversa non risolve il problema, il problema è mentale e va curato a livello cerebrale. Assecondare una patologia mentale evirando un uomo è un crimine.




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