Costretti dal PD a mantenere i figli degli immigrati: ognuno ci costa 2.500 euro al mese fino ai 18 anni

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Una legge votata dal Pd, la Legge Zampa, impone ai Comuni italiani di mantenere qualunque presunto minore straniero che arrivi in Italia senza genitori, fino alla maggiore età.

Questo ha, ovviamente, dato il via ad un turismo di parassiti: da tutto il mondo scaricano i loro figli in Italia, spesso già maggiorenni o comunque al massimo 16enni, che vengono poi sollazzati per mesi quando non per anni.

Diteci voi se è normale che i contribuenti spendano 2.500 euro al mese per ogni piccolo fancazzista, mentre, magari, non hanno soldi per i propri figli.

Inoltre, circa la metà dei presunti ‘minori non accompagnati’ – quando si fanno controlli, quasi impossibili visto che secondo il governo la ‘radiografia al polso viola i diritti umani’ – risulta essere in realtà ultramaggiorenne. Ma voi capite che le coop, visto quanto rendono di più rispetto agli adulti, hanno tutto l’interesse a fingere che il finto minore sia minore.

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Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, attingendo a dati Istat e del Ministero dell’Interno, ha analizzato i costi e benefici della presenza della popolazione straniera in Italia. E ha scoperto che i costi superano i benefici. E che i figli degli immigrati, oltre ad essere un enorme costo sociale, sono anche un grosso peso economico per un Paese già in difficoltà.

Secondo i dati Istat, gli stranieri residenti in Italia dal 2011 sono aumentati di circa 2,2 milioni di persone, tra nuovi ingressi e persone che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Un’invasione, a dimostrazione che sono i famigerati ricongiungimenti a devastare la nostra società, non i barconi. A questo vanno aggiunti i matrimoni e le nascite, che dal 2011 al 2016 hanno incrementato del 40% i rapporti di lavoro con gli immigrati.

La popolazione straniera è cresciuta in maniera sproporzionata rispetto alla richiesta di lavoro, pertanto nel corso degli anni il tasso di disoccupazione di migranti residenti è arrivato al 25% circa attuale. Proprio a causa dei ricongiungimenti familiari che non legano l’ingresso degli immigrati ad un reale bisogno di manodopera: in pratica il 25% dei migranti in Italia non solo, non lavora, quindi è inutile, ma parassita anche lo stato sociale.

Altrettanto interessanti i dati riguardanti l’andamento della disoccupazione: tra il 2010 e il 2016, a fronte di un crollo del tasso di occupazione degli immigrati dal 67% al 58% (56% per i soli extracomunitari), in relazione a una crescita della popolazione in età di lavoro superiore a quella dell’occupazione, il tasso di disoccupazione specifico è salito fino al 17,9% nel 2013, per attestarsi oggi intorno al 15%, pari a circa 420mila persone in cerca di lavoro. Al 2017, gli immigrati rappresentano nel Centro-Nord, che pur è l’area del Paese che più li vede partecipi al mercato del lavoro italiano, il 25% del totale delle persone in cerca di impiego. Come ben sottolinea l’approfondimento, gli immigrati hanno certamente rivelato una maggiore reattività agli effetti della crisi, ma ciò è spesso avvenuto al prezzo di una penalizzazione dei salari lordi con un incremento del differenziale dal 30% al 40% rispetto a quelli percepiti degli italiani. E uno dei risultati è che la povertà assoluta e relativa di questi nuclei familiari è aumentata con un’incidenza fino a 8 volte superiore a quella delle famiglie italiane della stessa zona.

Non solo, lo studio evidenzia inoltre come l’uscita dalla crisi abbia cambiato volto al mercato del lavoro italiano delineando un quadro, all’interno del quale, riaprire le quote di ingresso per motivi di lavoro produrrebbe effetti drammatici sia per i lavoratori immigrati già presenti sul territorio sia, in generale, per i lavoratori scarsamente qualificati. Sul “banco degli imputati”, anche l’incapacità italiana di investire sulle competenze acquisite nei Paesi d’origine: se è vero che gli immigrati che vengono in Italia sono in gran parte di bassa istruzione e bassa qualificazione professionale, lo è altrettanto che sono comunque spesso occupati come manovalanza a basso prezzo, quando non addirittura in nero, con l’effetto ancor più negativo di abbassare gli standard retributivi e lavorativi per tutti i lavoratori.

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UN ESERCITO DI POVERI CHE VIVE SULLE SPALLE DEGLI ITALIANI
– La povertà delle famiglie di immigrati nella zona del centro nord Italia è cresciuta di otto volte rispetto a quella delle famiglie italiane e, a questo proposito.

È stato calcolato che la sola spesa sanitaria per ogni immigrato nel 2016 è stata di 1.870 euro e dunque, per i circa 6 milioni di presenze (clandestini compresi), il totale è stimato in circa 11 miliardi di euro. A questo vanno aggiunti altri 7.400 euro pro capite per le spese scolastiche che, sommati a quelle di accoglienza, fanno raggiungere la ragguardevole somma di 23 miliardi di euro.

La cifra non tiene in considerazione eventuali spese a carico dello Stato, come l’assistenza sociale e gli sconti per strutture e mezzi pubblici dovuti ai poveri.

Secondo lo studio, nei primi 15 anni le spese supereranno sempre le entrate. Poi ‘diventeranno italiani’, e allora le spese saranno per ‘italiani’.

Bisognerebbe calibrare gli ingressi in considerazione delle reali esigenze dell’Italia. Abrogare i ricongiungimenti familiari: i loro figli ci costano miliardi di euro. Che ce ne facciamo? A cosa ci servono? Urge un’immigrazione di ‘guest worker’, non di ripopolamento: la prima è una risorsa, la seconda un costo.

Serve un blocco dell’immigrazione regolare ed è fondamentale legare l’ingresso e la presenza degli immigrati al lavoro.




3 pensieri su “Costretti dal PD a mantenere i figli degli immigrati: ognuno ci costa 2.500 euro al mese fino ai 18 anni”

  1. Visto i tanti immigrati,tantissimi finti minorenni,che approdano in Italia,oltre a smantellare la legge dei pidioti,si possono benissimo fare intervenire le loro ambasciate e chiedere che sia il loro governo a mantenerli fino alla maggiore età,per poi decidere,in base al loro comportamento e alla loro integrazione,se accoglierli o rimpatriarli.

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