Via la pensione al soldato amputato a Nassirya, non la paghetta ai profughi

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Quanto accaduto domenica non ha nulla di nuovo. L’attacco in Iraq contro i militari italiani ricorda un’altra storia, quella avvenuta sedici anni fa a Nassiriya. Anche lì lo Stato non fece che macchiarsi di vergogna: “Anziché tutelare noi, il Paese tutelava chi era indagato per non aver adottato le misure di sicurezza che ci avrebbero salvati” ricorda Riccardo Saccotelli, ex maresciallo del XIII carabinieri sopravvissuto alla strage. “Ci risiamo – prosegue sulle colonne di Repubblica -. I cinque feriti in Iraq? Finirà come con noi: tutti lì a promettere, poi nessuno a mantenere. Se li dimenticheranno”. Per il 44enne eroe italiano ad oggi mutilato di guerra “invalido al cento per cento con protesi e infezioni continue, perseguitato da dolori, medicine e carte bollate”, lo Stato ha riserbato una sorpresa: la revoca della “pensione privilegiata” degli invalidi di guerra.

Eppure – continua Saccotelli – “i vertici militari sapevano e non hanno fatto niente per proteggerci”.”Il generale Bruno Stano, ex comandante delle missione in Iraq, è stato condannato per questo. Erano stati informati con notizie precise sull’attentato, sapevano di un camion russo di colore scuro”. Una tragedia alla quale i soldati è stato chiesto di tacere, “lasciate perdere gli avvocati – ricorda – ci siamo noi”.

Ma la domanda è un’altra: perché i nostri soldati vanno a combattere le guerre altrui?

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