Suora spiega perché non ci sono cristiani sui barconi: ‘Senza soldi per imbarcarsi’

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“Solo nei primi otto mesi dall’invasione dello Stato islamico, abbiamo perso dodici consorelle. Il loro cuore non è riuscito a sopportare tanta sofferenza”. Così suor Justina, delle suore Domenicane di Santa Caterina da Siena, presenti ad Erbil, raccontava il dramma vissuto da tante religiose costrette a fuggire dal Califfato.

Suor Justina aveva lasciato l’Italia quando il convento dove viveva, vicino Pisa, era stato chiuso. Per trasferirsi, proprio alla vigilia dell’invasione islamica, ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Appena in tempo per assistere all’esodo di 120mila cristiani che nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 dovettero abbandonare la Piana di Ninive per trovare rifugio in Kurdistan.

Eppure, non sono venuti in Italia coi barconi.

“È impossibile descrivere quanto è accaduto in quei giorni. Intere famiglie hanno perso tutto. Per paura di essere uccisi dallo Stato Islamico sono scappati senza neanche prendere i documenti”, ha spiegato.

Assieme ai profughi, alla casa delle domenicane di Ankawa giunsero anche molte consorelle fuggite dalle città e dai villaggi caduti in mano ad Isis: “Sono arrivate in lacrime, traumatizzate, stanche, sporche”.

Tra loro, suor Lyca, che raccontava le dieci interminabili ore di viaggio verso Erbil. Per tutta la giornata del 6 agosto, mentre molti altri abitanti dell’antica città cristiana di Qaraqosh erano già fuggiti, le religiose sono rimaste nel villaggio per sostenere i fedeli terrorizzati. “Speravamo che la minaccia sarebbe durata soltanto alcuni giorni – ricordava – ma quando i peshmerga hanno smesso di difenderci, abbiamo capito che non vi era più alcuna speranza”.

Le religiose hanno lasciato il convento alle 11.30 di sera. In condizioni normali sarebbe stata sufficiente un’ora per raggiungere Erbil, ma le strade erano invase da macchine e famiglie in fuga e le religiose hanno camminato fino al mattino seguente, senz’acqua e con una temperatura di oltre 40 gradi.

“In marcia ai bordi della strada vi erano migliaia e migliaia di persone, mentre ogni macchina ospitava almeno dieci passeggeri”, precisa. Nonostante il grave shock subito, appena giunte ad Ankawa le suore domenicane si erano messe al servizio dei rifugiati.

Alcune di loro vivono in uno dei container donati da Aiuto alla Chiesa che soffre ai profughi cristiani. Non avevano certo soldi per pagare scafisti e trafficanti: “Ci impegniamo soprattutto per garantire un’educazione ai ragazzi – dichiarava ad Acs suor Diana – facciamo del nostro meglio ma purtroppo non è abbastanza. Isis sta uccidendo il nostro futuro, perché se questa generazione non riceverà un’istruzione non ve ne sarà un’altra”.

Questi erano veri profughi. Infatti non sono mai sbarcati. Perché decideva ISIS chi poteva arrivare in Europa: ed erano tutti islamici.

Poi ci sono gli africani. Ma loro, con la guerra, non c’entrano nulla.

Noi dimentichiamo di aiutare i veri profughi di guerra, per mettere in hotel i clandestini: perché fa guadagnare Mafia Pd/Vaticano.

Se avessimo usato un decimo di quello che spendiamo in hotel per assistere i profughi veri in Siria e Libano, avremmo evitate tante sofferenze, a loro e a noi. Ma non è questo che interessava Vaticano e politici: a loro interessava ‘muovere le popolazioni’, per creare una massa indistinta facilmente dominabile.




Un pensiero su “Suora spiega perché non ci sono cristiani sui barconi: ‘Senza soldi per imbarcarsi’”

  1. Facilmente domabile? Se questa è la convinzione anche del governo ne vedremo delle belle, comunque conferma quanto sostenevo nel post di ieri. Grandi errori di valutazione sul comportamento e psicologia della marmaglia.
    L’Italia non è in grado di aiutare nessuno e sperperare denaro per l’africa è un reato che andrebbe punito con la fucilazione. Ancora stamattina leggevo che in veneto le fabbriche continuano a chiudere, strangolate dalla burocrazia e dalla crisi. Io non trovo benefici con questo governo rispetto al pd, ieri Salvini si preoccupava perché il napoletanazzo lo ha appostrofato con un laconico “quell’altro”.
    I problemi del paese sono tali che dovrebbero lavorare anche di notte, altro che sciocchezze simili.

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