Lucano, assunzioni nel business immigrati in cambio di voti – VIDEO

Condividi!

Peccato, però, che i dipendenti delle varie associazioni che gestivano gli Sprar e i Cas non si presentavano sul posto di lavoro. Sapevano di avere il coltello dalla parte del manico. Lucano era ricattabile. “Parli? Mi obblighi a lavorare? E allora non ti voto”. Era questa la paura di “Mimì”, che contava ogni singolo voto. “Emerge in maniera lampante che Lucano ha creato posti di lavoro solo per sostenere economicamente gli immigrati e dare opportunità̀ lavorative a soggetti di Riace a lui vicini politicamente”, scrivono gli inquirenti che lo intercettano.

VERIFICA LA NOTIZIA

È il 10 luglio del 2017, sono le 8.39 del mattino e Mimmo Lucano si lamenta del personale con la sua collaboratrice, Cosimina Ierinò, e le dice “ci sono almeno 50 persone pagate che non fanno nulla… ci conviene a tutti chiudere, perché́ devo lottare in questo modo? … in un modo disperato, se continuano … qua ognuno fanno i cazzi loro, perché́ questa cosa, perché́? … Perché́ devo essere schiavo delle persone? … Perché́ devo essere uno schiavo? … ma io come devo fare? … devo chiedere l’elemosina quando siete tutti quanti pagati! (bestemmia) … ma cose da pazzi! … sono talmente amareggiato che … gli ho detto di togliere la pianta da là e non l’hanno tolta e là è uno schifo, tutte queste persone pagate, ma che cazzo servono qua?”. Il sistema di accoglienza messo in piedi da Lucano gli si ritorce contro. Un sistema che viaggia come una macchina che cammina a tutta velocità senza mai fermarsi. Una macchina pronta a travolgerlo.

I soldi per l’accoglienza tardavano ad arrivare e i dipendenti, pagati per non lavorare, si lamentavano e, “U’Curdu”, si sfogava: “Si presenta qua (riferito ad una dipendente ndr) e ora vuole pure pagato il mese che non è stata neanche un giorno al lavoro… è stata in Germania per i cazzi suoi, poi quando arriva settembre-ottobre gliela dò io la risposta, poi può votare per chi cazzo vuole, può parlare male, può fare quello che cazzo vuole!” E confessa senza mezzi termini: “…la politica mi tiene a me, sennò un minuto ci stavo a mandare a casa, la politica di merda mi tiene, non pensare, ma lo sanno loro… a me che cazzo mi dà Angela me ne fotto di lei, la politica mi tiene se vuoi che te lo dica chiaro e tondo, la politica”. Addirittura “Lucano medita il licenziamento di alcuni dipendenti – come Angela – che non avrebbero portato alcun voto”.

Dalla lettura degli atti del Riesame, emergeva infatti la figura, secondo i giudici, di un ladro seriale di fondi pubblici. E il ‘voto di scambio’.

«Soltanto di Città Futura sono 100 voti, mi sono fatto un conto, tutti quelli che lavoriamo». Così Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace nelle intercettazioni che lo incastrano. Come abbiamo scritto ieri, infatti, non solo matrimoni fasulli e milioni di euro scomparsi (non per vestirsi a quanto pare), ma anche voto di scambio:

Riesame inchioda Lucano: “Migranti in cambio di voti”

La sentenza del tribunale di Reggio Calabria che gli ha imposto il divieto di dimora a Riace, svela comportamenti che qualcuno potrebbe definire in stile mafioso nella raccolta del consenso: «Ad un certo punto ha perso la bussola ed il senso dell’orientamento della legalità, tanto da far prevalere sugli scopi e le ragioni umanitarie la voglia di apparire e di presentare all’esterno un sistema che era tutt’altro che perfetto» si legge nella sentenza firmata dal presidente della sezione, il giudice Tommasina Cotroneo.

VERIFICA LA NOTIZIA

«Lucano – scrive il tribunale – non può gestire la Cosa pubblica né gestire denaro pubblico mai ed in alcun modo. Egli è totalmente incapace di farlo e, quel che ancor più rileva, in nome di principi umanitari ed in nome di diritti costituzionalmente garantiti viola la legge con naturalezza e spregiudicatezza allarmanti». Dagli atti, scrive il giudice, emerge «un Lucano afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza e da una volontà pervicace ed inarrestabile di mantenere quel sistema Riace rilucente all’esterno, ma davvero opaco e inverminato da mille illegalità al suo interno».

Lucano calcolava i voti che poteva ottenere distribuendo il business dei finti profughi: «che gli sarebbero derivati dalle persone impiegate presso le associazioni e/o destinatarie di borse lavoro e prestazioni occasionali; persone, molte delle quali, inutili a fini lavorativi o addirittura non espletanti l’incarico loro affidato, sovrabbondanti rispetto ai bisogni, eppure assunte o remunerate anche in via occasionale per il ritorno politico-elettorale».

«Devo vedere le elezioni comunali di Riace, l’integrazione dei rifugiati, hai capito in quale ottica ragiono io?».Abbiamo capito.

Secondo i giudici il «brulicare di stratagemmi, emerso a piene mani dall’indagine, al fine di coprire i buchi contabili e giustificare le spese a seguito della chiesta rendicontazione da parte della Prefettura».

«Non può limitarsi il Lucano nel suo delirio di onnipotenza ed è per questo che è socialmente pericoloso e non gli può essere consentito di ricoprire cariche pubbliche e di gestire denaro pubblico».




Lascia un commento