Mostri di Bibbiano, un’intera famiglia suicidata per rubare i bambini

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La rete è ampia e viene da lontano:

La realtà è che, come insegna il caso Epstein, c’è una cabala di sinistra che mangia i bambini.

Perché quando inizi a mettere in dubbio i valori fondanti della società, poi è l’abisso. E chi scruta l’abisso, diventa abisso.

Lo dimostra l’arte che va per la maggiore nei circoli politici della sinistra radical chic:

Questo nell’ufficio del capo della campagna elettorale di Clinton. A voi cosa dice?

In Italia abbiamo avuto il Forteto, vera palestra dell’ideologia LGBT che oggi impera. Lì si negava la famiglia naturale. E si stupravano i bambini. Lì, nella zona del Mostro di Firenze.

Non c’era il ‘mostro di Firenze’, c’erano i mostri di Firenze. E ci sono ancora. E non sono solo a Firenze.

“Io, vittima delle rete dell’orrore. Così volevano strapparmi i bimbi”

E si allargano i sospetti sui “demoni” di Reggio Emilia. Politici, medici, assistenti sociali e psicologi. Sono tutti coinvolti nell’inchiesta che ha scosso l’Italia.

Alcuni di loro sono stati accusati di aver scritto documenti falsi per strappare i bambini dalle proprie famiglie e affidarli ad amici e conoscenti. Dietro compenso o, addirittura, dietro movente ideologico.

Ma di colpevoli, in questa orribile storia, potrebbero essercene altri. Il numero delle vittime sembra infatti crescere giorno dopo giorno. Più si parla del caso è più storie vengono fuori. Storie simili a quelle che già abbiamo raccontato.

Una madre, che chiameremo Giulia, perché ci ha chiesto di rimanere nell’anonimato, ci ha racconatato la sua storia. Una brutta storia.

“Quando ho letto i giornali e ho visto quello che era successo sono rimasta allibita. Non potevo crederci. Le stesse persone coinvolte in questa brutta storia sono le stesse che hanno provato a portare via i miei due bambini. Per fortuna non ci sono riusciti. Ho pianto molto, ho detto ad amici che volevano portarmi via i figli a tutti i costi, ma nessuno mi credeva. Oggi, sapere che sono stati arrestati e scoperti mi fa tirare un sospiro di sollievo”. Si sfoga così la madre, nella lunga chiacchierata al telefono.

Un anno e mezzo fa Giulia, che vive a Bibbiano con i suoi due figli di 13 e 7 anni, ha deciso di contattare i servizi sociali. “Ero preoccupata per la situazione a casa, mio marito aveva iniziato a bere e ciò lo portava ad essere violento. Spesso con me, ma talvolta anche con i bambini. Avevo paura e mi sono rivolta a loro”, ha iniziato a raccontare la madre. Chiedeva aiuto e, invece, ha rischiato di finire nel trieste e lungo elenco delle vittime. Non poteva mai immaginare che, quelle persone, di cui lei si fidava, potessero portarle via i figli. Un grido di aiuto, una speranza, la speranza di poter migliorare le cose, quella di Giulia. Che, però, si è trasformata in un incubo.

“Dopo poco tempo dalla mia richiesta di aiuto, senza che ci fossero accertamenti di nessun tipo, mi è arrivata a casa una lettera dei servizi sociali in cui era scritto che i bambini sarebbero stati affidati a loro. Volevano togliermeli. Senza ragione. Nessuno era mai venuto a casa mia”.

Così è iniziato il lungo calvario di Giulia, sotto la costante osservazione dei servizi sociali dell’Unione Val D’Enza tra visite degli psicologi e incontri continui. Ma nessuna spiegazione del perché volessero strapparle i bambini. “Ogni volta cercavano di incolpare me. Perchè proprio me? Io non c’entravo nulla. Io ero vittima di mio marito, eppure su di lui non hanno detto niente. Anzi, a volte, sembrava che lo giustificassero. Più volte mi sono fatta delle domande e sono entrata in crisi”. Racconta Giulia, con la voce rotta dal dolore, solo al ricordo. Impaurita, ma sollevata dopo l’operazione dei carabinieri. “Un giorno sono andata ad un incontro con la neuropsichiatra e quando le ho raccontato quale era il problema mi ha detto, quasi deridendomi: ‘Signora ma lei non se lo beve un goccino ogni tanto?’. Avevo i brividi. Non riuscivo a capire”.

I bambini di Giulia, tenuti sotto costante osservazione, erano costretti a passare intere giornate con i servizi sociali. Tra i responsabili e incaricati di stare con i piccoli c’erano Beatrice Benati, Marietta Veltri e Maria Vittoria Masdea. Educatrici dei servizi sociali finite nella bufera giudiziaria, indagate dalla procura di Reggio Emilia.

“Mi dicevano che ero io che non sapevo gestire la situazione. Che i bambini avevano dei problemi. E tutto per colpa mia. Che mi dovevo imporre per farli andare da loro anche quando i miei figli non volevano”. Ma perché incolpare proprio lei? Perchè non approfondire la situazione per allontanare dal padre, alcolizzato e violento, la madre con i suoi figli? Giulia non riusciva a dare una risposta a queste domande.

Forse perché ai vertici dei servizi sociali non interessava affidare quei bambini alla madre. Quello che consentiva di portare a termine il proprio “gioco d’affari” era strappare via i bambini dalla famiglia naturale e affidarli ad altri. Questo era il modus operandi dell’associazione. Solo così sarebbero riusciti a mettere nelle tasche di amici e conoscenti denaro destinato al mantenimento. Da quello che dicono le carte era questa la loro tattica. Solo in questo modo avrebbero potuto sottoporre i bambini alle continue sedute degli psicologi della Onlus coinvolta nel giro di affari illecito, il Centro studi Hansel e Gretel. Il tutto, con la complicità dei genitori affidatari disposti, in cambio di soldi, a portare i piccoli nella “sala delle torture”.

Ma con Giulia qualcosa è andato storto. “I miei figli mi raccontavano che li facevano solo disegnare, che non si divertivano e non ci volevano andare. Non me la sono sentita di continuare. Era tutto troppo strano”. Ancora per Giulia la battaglia non è terminata e, per chiudere definitivamente i rapporti con i servizi sociali, si è dovuta rivolgere ad un avvocato. Lei resta ancora sotto osservazione dagli psicologi.

C’è il sospetto (la certezza) che ci possano essere nuovi casi oltre a quelli già raccontati dall’inchiesta “Angeli e Demoni”.

Nuovi medici coinvolti, nuovi psicologi corrotti, nuovi politici complici. Mentre dalle carte della procura di Reggio Emilia continuano a eneegere particolari inquietanti, che descrivono il sistema illecito di affidi ad opera dei servizi sociali dell’Unione Val D’Enza, spuntano fuori altre storie, molto simili a quelli che già abbiamo raccontato. Sospetti e dubbi che hanno spinto altre famiglie a cui erano stati strappati i figli a scriverci. Famiglie, molto spesso solo padri e madri, che chiedono giustizia. Come Luigi (nome di fantasia ndr).

La sua storia ha inizio dieci anni fa, quando decise di divorziare dalla moglie con cui, tre anni prima, aveva avuto la sua prima figlia. Come succede in molte famiglie, i genitori dopo la separazione andarono a vivere in due case differenti. “Da lì la mia ex moglie iniziò a non farmi più vedere la bambina. – Racconta Luigi – La teneva solo con sé e ogni volta che provavo ad andare a prenderla per passare del tempo assieme a lei, non me la faceva trovare. Porta chiusa, serrande sbarrate. Alcune volte ho passato ore ad aspettare che mi aprisse il cancello di casa. Ma niente da fare”.
A quel punto Luigi decise di rivolgersi ai servizi sociali del suo paese, Montecavolo. Piccolo centro del reggiano, a pochi chilometri da Bibbiano, città finita nell’occhio del ciclone dopo l’arresto del sindaco dem accusato di abuso d’ufficio nell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Una richiesta d’aiuto disperata, quella di Luigi, che sperava di riuscire a rivedere presto la sua bambina, di soli tre anni, dopo mesi di sofferenze e porte chiuse in faccia. Ma non è stato così. Luigi, la sua piccola, non l’ha più rivista. Ha lottato inutilmente per nove lunghi anni.

”Dopo la mia segnalazione i vigili sono riusciti a trovare la mia ex moglie mentre usciva di casa con mia figlia. L’hanno fermata, gliel’hanno portata via e da lì è stata data in affidamento ad una casa famiglia.”

Ma anche questa volta, come nelle recenti storie che IlGiornale.it ha raccontato, l’allontanamento della piccola dai propri familiari avviene senza nessuna verifica. Da un giorno all’altro la bambina viene affidata ad un centro privato. Senza prima fare chiarezza su quali siano le problematiche di quella famiglia. Senza controllare come i genitori facciano a vivere la propria figlia. E, sopratutto, senza dare spiegazioni al padre, prima vittima di questa storia. Proprio lui che aveva agito nella speranza di rivedere la sua bambina si è visto portarsela via.

”Mia moglie è stata sottoposta a TSO per ben due anni.” Continua Luigi, che prova con fatica a ripercorrere la storia. I ricordi fanno troppo male. “Era continuamente sotto controllo. La trattavano come una persona con gravi problemi psichici. Senza prima aver fatto niente per riuscire a comprendere la situazione.”

Ma la madre accettò di sottoporsi alle visite. Dopo due anni, e una miriade di controlli risultati negativi, la bambina è tornata a casa con la mamma. Sempre seguita dagli assistenti sociali. E sempre lontana dal proprio papà. Senza alcun motivo apparente.

Ma non era finita. Gli operatori continuavano a tenere tutto sotto controllo, a fare continui sopralluoghi e, la prima relazione che scrissero dopo che la bambina era tornata a casa, fu l’ennesima congiura. Nelle carte i servizi sociali contestarono che la mamma non portava la figlia a scuola e neanche dal pediatra. “Mia moglie lavora in ospedale, era lì che faceva fare le visite alla bambina quando ce n’era bisogno. E loro lo sapevano benissimo.” Ma non c’è stato niente da fare. Grazie a quel documento pieno di futili pretesti e false accuse, a dire del padre, la bambina è stata riportata nella casa famiglia. E da lì non è più uscita. E pensare che fu proprio il padre a chiedere aiuto.

“Quando ce l’hanno strappata via mia figlia aveva 4 anni. Adesso ne ha dodici ed è ancora costretta a vivere dentro quelle mura. Lontana da noi”, racconta Luigi trattenendo le lacrime dal dolore. “Abbiamo fatto di tutto per provare a tirarla fuori da lì. Nel 2014 io e la mia ex moglie ci siamo anche riavvicinati, andavamo a trovarla assieme, quelle poche volte che ci veniva concesso, per far capire agli assistenti sociali e anche a lei, che andava tutto bene. Loro ci dissero di non farlo più, che questo avrebbe creato ancora più problemi alla bimba. E che dovevamo assolutamente evitare.” Sparire.

Tutti tentativi inutili quelli dei due genitori. Gli assistenti sociali non si sono spostati dalla loro decisione: la piccola doveva stare lontana dalla propria famiglia. E Luigi, ancora oggi, non si dà pace.

“Posso vederla soltanto due ore ogni 20 giorni e alla mia ex moglie è consentito andarla a trovare un’ora al mese.” Ci spiega Luigi. “Qualche volta veniva affidata a mio fratello, padre di tre bambini. La portava al mare, la teneva nel fine settimana. Un giorno mi mandò alcune foto di mia figlia in spiaggia, non lo avesse mai fatto. Quando gli assistenti sociali lo hanno scoperto sono andati su tutte le furie. L’hanno tolta anche a lui. Non può più tenerala.” Oggi Luigi si è rivolto ad un legale e prega ogni giorno perché sia fatta giustizia. Nessun procedimento è stato aperto, ma adesso, dopo l’inchiesta “Angeli e Demoni” che ha portata o alla luce un presunto giro di affari sulla pelle dei bambini, Luigi vuol vederci chiaro. Troppe cose non tornano. “E se hanno lucrato anche sulla pelle di mia figlia?”, dice.

Una storia, quella di Luigi, che poco si allontana da quelle delle vittime che abbiamo raccontato. Un quadro confuso che fa trapelare quell’ostinazione, a quanto pare ingiustificata, nel voler strappare una bambina ai propri genitori. Un susseguirsi di eventi che lasciano spazio a troppe domande.




Un pensiero su “Mostri di Bibbiano, un’intera famiglia suicidata per rubare i bambini”

  1. Nessuna abominazione è troppo abominevole, nessuna turpitudine è troppo turpe, nessuna nequizia è troppo nequa, per i sostenitori della democrazia liberale, degli ideali egualitari, e dell’accoglienza umanitaria.

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