Clandestino: “Ho speso 8mila dollari per venire in Italia e sono finito in Tunisia: ma non mi fermo”

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I clandestini bengalesi sono in testa alla classifica dei clandestini che corrono in Libia per tentare di raggiungere l’Italia. E sono pronti a pagare piccole fortune: “Abbiamo pagato 6mila dollari per arrivare dal Bangladesh fino a Tripoli, per poi essere ceduti ai trafficanti che ci avrebbero fatto arrivare in Italia, per altri 2mila dollari. Ci hanno ingannato e ci hanno lasciato a morire in mezzo al mare. A chi abbiamo dato i soldi? A tre fratelli, nostri connazionali: uno è di base a Istanbul, l’altro opera a Tripoli, ma il capo, Roman, tutti lo chiamano Goodluck, sta in Italia. E’ lui a comandare e a decidere le sorti dei migranti bengalesi”.

A parlare è un clandestino Sijur Ahmed, che dopo un naufragio è finito in Tunisia invece che in Italia. Capita.

“L’organizzazione mi ha fatto arrivare in aereo dal Bangladesh fino ad Istanbul dove ho conosciuto uno dei tre fratelli a cui ho consegnato parte dei soldi. Tempo pochi giorni e sono salito su un altro aereo, destinazione Tripoli. I documenti, nessun problema, ci hanno pensato loro. Una volta nella capitale libica le cose sono cambiate e gli accordi presi in precedenza sono saltati”.

“Un giorno io ed altri connazionali siamo stati affidati a dei soggetti che ci hanno caricato a forza sui camion e condotto a Zuwara, dove siamo stati chiusi per giorni, settimane, dentro una casa. Due stanzette, dentro 82 persone, strette come sardine. La prima cosa che ci hanno fatto è stata prenderci i telefoni. Non li abbiamo più visti. Il tempo passava, ci davano da mangiare una ciotola di riso al giorno, ci picchiavano. Volevo morire, eravamo disperati. Poi una notte ci hanno messo sopra una barca e siamo partiti”.

“Negli accordi, alla partenza dal Bangladesh, tutto questo non era previsto – continua – Nessuna detenzione, nessuna violenza e il viaggio verso l’Italia a bordo di una nave comoda. Avessi saputo di questo inferno e di come sarei finito, non avrei mai accettato. Tornando a quell’incubo, dopo ore di navigazione, ci hanno spostati da una barca ad una seconda e qui abbandonati a noi stessi, con gli scafisti che sono tornati indietro. Col passare delle ore, in balìa delle onde, abbiamo iniziato a imbarcare acqua, poi il naufragio. Ho visto decine di persone scomparire sott’acqua, ero sicuro di morire, quando è arrivata la barca dei pescatori che ci ha salvato. L’obiettivo era l’Italia, io vado avanti, non mi fermo qui”. Lui non si ferma lì.
te”.




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