Mercato delle Toghe: se vero, PD voleva governare attraverso la Magistratura, va sciolto

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Dopo nove giorni in cui il suo nome è diventato il nome-simbolo del caso che scuote la magistratura italiana, Luca Palamara esce allo scoperto.

Il pm romano, ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex presidente della Associazione nazionale magistrati, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia, rilascia una lunga dichiarazione pubblica: nessuna traccia di autocritica, neanche di fronte alla trivialità di alcune espressioni che il trojan installato sul suo telefono ha documentato, neanche davanti alla cruda realtà degli incontri con il renziano Lotti, con il piddino Ferri. Palamara rivendica la correttezza del proprio operato, e chissà se è solo un modo per difendere se stesso o anche per tranquillizzare le decine e decine di magistrati famosi e oscuri che con lui hanno interloquito in questi anni, e che ora tremano per quanto potrà venire ancora fuori.

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«Voglio dimostrare che non sono e non sarò mai un corrotto e che non sono mai stato eterodiretto da nessuno nelle mie scelte. Non ho mai ricevuto favori e non ho mai preso la somma di 40 mila euro», dice Palamara. «I viaggi ed i regali sono stati da me direttamente pagati», aggiunge. Nega di conoscere Pietro Amara, l’avvocato siciliano considerato il burattinaio della cricca; ammette di essere amico di Fabrizio Centofanti, lobbista di area Pd e in affari con Amara, ma manda un messaggio esplicito: la frequentazione con Centofanti è «avvenuta peraltro anche con importanti figure di vertice della magistratura ordinaria e amministrativa». Non ero il solo a bazzicarlo, insomma. Se non è una chiamata in correità, poco ci manca.

Sul vero nocciolo dell’inchiesta, sul suo ruolo di smistatore di nomine e di carriere, dice solo di non essere mai stato «eterodiretto». Ma non nega, e sarebbe impossibile, di essere stato uno dei registi di una intera stagione di nomine giudiziarie, lottizzate tra correnti e sottocorrenti. Parla di un solo episodio, la nomina del procuratore di Gela per cui Amara voleva il pm di fiducia, Giancarlo Longo: «In plenum non prese neanche un voto», dice.

Ma le altre nomine? Cosa ha raccontato il cellulare di Palamara ai finanzieri del Gico? È questa la domanda che agita i sonni di molte toghe. Il virus inoculato dalle Fiamme gialle all’inizio di maggio ha raccontato in presa diretta le nomine dell’ultima fase, soprattutto le manovre intorno alla scelta del nuovo procuratore di Roma. Ma un buon trojan può avere succhiato la memoria interna del telefono, soprattutto i messaggi, per un periodo consistente.

Secondo indiscrezioni, sono state documentate le attività di Palamara a partire dal 2017. Più indietro non si è riusciti ad andare, anche per alcune accortezze dell’indagato (che di mestiere, va ricordato, fa il pm). Chi in questi anni ha avuto contatti telefonici con il leader di Unicost sostiene che nei quattro anni in cui è rimasto in carica al Csm Palamara avrebbe cambiato per tre volte il telefono.

Questo significa che comunque l’ultimo anno di attività del vecchio Csm può oggi venire raccontato attraverso i messaggi di Palamara. A venire illuminati possono essere non solo una sfilza di nomine chiave ma anche le relazioni di potere. Di Palamara, di leader pronti a trattare le nomine non nel Csm ma negli incontri privati con i politici e i loro emissari, ce n’erano anche altri, e anche questi nomi prima o poi verranno fuori.

Certo, ne sarebbero usciti altri, e più recenti, se l’indagine fosse andata avanti. Se il trojan a un certo punto non fosse stato disattivato. E se il suo collega Luigi Spina non avesse avvisato Palamara di essere indagato.

Intanto «Magistratura indipendente» se la prende con i giornalisti. La corrente invita i suoi uomini – Cartoni, Criscuoli e Lepre, tre dei quattro autosospesi del Csm – a «riprendere senza indugio le attività consiliari» e parla di «faziosa campagna di stampa» contro di loro.

Qui il problema non sono neanche più, solo, le toghe rosse, qui assistiamo ad una lotta di potere che, sempre avviene, quando si è in presenza di entità opache come è oggi la magistratura. Molto più opaca della politica, perché nessuno viene eletto, tutti vengono nominati.

Quindi, al di là dell’inchiesta in sé, il problema è strutturale: la magistratura va rivoltata come un calzino, prendendo in prestito le parole di un magistrato. Perché oggi è, probabilmente, una delle istituzioni più corrotte in Italia. E con corruzione non si indica, necessariamente, passaggi di denaro, ma anche e soprattutto scambi di potere.

La magistratura è troppo autoreferenziale e la propria giusta indipendenza è diventata, nei decenni, irresponsabilità. Non può esistere, in democrazia, un’istituzione totalmente impermeabile alla sovranità popolare. Con magistrati che dipendono solo da se stessi.

Visto che alcune toghe dimostrano una sempre più spinta attività politica, è forse venuto il momento di eleggere i magistrati. O, almeno, che il CSM sia tutto di nomina parlamentare.

Ma c’è anche qualcos’altro. Il tentativo di un partito di condizionare la magistratura e governare il paese attraverso di essa:

Se la denuncia dell’ex magistrato e oggi europarlamentare PD Roberti fosse vera, è eversione. Non basterebbe mettere in galera i responsabili. Si dovrebbe sciogliere il Pd per attentato contro la costituzione dello Stato.




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