La Tangentopoli dei magistrati: la moglie di Palamara assunta da Zingaretti

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Si allarga lo scandalo del mercato delle toghe, con inchieste che coinvolgono membri del Consiglio superiore della magistratura, pubblici ministeri e, ora anche politici.

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Tutti nel giro di affari e corruzione dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara.

Ad esempio, la moglie del magistrato – Giovanna Remigi – è stata per quasi tre anni dirigente esterna della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti. Proprio lui.

La collaborazione è iniziata nel 2015 ed è andata avanti fino al 2017, in un ruolo nell’ufficio “Analisi del contenzioso” nella Direzione Salute e Politiche sociali: 78mila euro all’anno, esclusa la retribuzione di risultato. Nel 2017, poi, la moglie di Palamara ha poi ottenuto un contratto (ancora in corso) all’Agenzia Italiana del Farmaco come Dirigente II Fascia della Segreteria Tecnica Istituzionale della Direzione Generale.

Per Palamara, sentito dal Fatto, “mia moglie non ha mai avuto bisogno di me per gestire il suo lavoro, ha un curriculum di tutto rispetto nei più importanti studi amministrativi”.

Sarà. Ma intanto, il neoeletto eurodeputato Pd Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, chiede al suo partito, “finora silente, di prendere una posizione di netta e inequivocabile condanna dei propri esponenti coinvolti” nella bufera che sta travolgendo la magistratura. Appello caduto nel vuoto, con il segretario Pd Nicola Zingaretti che si trincera dietro un “no comment”.

“Caso Palamara effetto di un disegno iniziato con il governo Renzi”
I deputati del Pd coinvolti, Cosimo Maria Ferri e Luca Lotti, hanno tenuto comportamenti “assolutamente certi” diretti a “manovrare sulla nomina del successore di Giuseppe Pignatone”, scrive Roberti su Facebook in merito all’inchiesta sulla nomina del procuratore di Roma. L’ex magistrato quindi invita il Pd ad agire “se vuole essere credibile nella sua proposta di rinnovamento e di difesa dello stato costituzionale di diritto dall’aggressione leghista”. Il parlamentare europeo ricorda che “nel 2014 il governo Renzi, all’apice del suo effimero potere, con decreto legge, abbassò improvvisamente, e senza alcuna apparente necessità e urgenza, l’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70 anni. Quella sciagurata iniziativa – sostiene Roberti – era palesemente dettata da un duplice interesse: liberare in anticipo una serie di posti direttivi per fare spazio a cinquantenni rampanti, in qualche caso inseriti in ruoli di fiducia di ministri, alla faccia della indipendenza dei magistrati dalla politica”. Il secondo interesse dell’intervento normativo voluto da Renzi era diretto a “tentare di influenzare le nuove nomine in favore di magistrati ritenuti (a torto o a ragione) più ‘sensibili’ di alcuni loro arcigni predecessori verso il potere politico. Il disegno – spiega l’europarlamentare – è almeno in parte riuscito perché da allora, mentre il Csm affannava a coprire gli oltre mille posti direttivi oggetto della ‘decapitazione’, si scatenava la corsa selvaggia al controllo dei direttivi, specie delle procure. Il caso Palamara ne è, dopo cinque anni, la prova tangibile, sebbene temo sia soltanto la punta dell’iceberg“.

Insomma, sembra che il Pd fosse parte di questa trama per piazzare toghe amiche in ruoli chiave. Vi sorprende?




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