“Costretta al burqa, stuprata e obbligata al porno”

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Stuprata quotidianamente, anche in gravidanza. Chiusa in una stanza, a chiave. Costretta a vedere film porno e a ripetere le scene viste. Obbligata a rapporti anali che rifiutava, ma che le venivano imposti con la forza. Picchiata se usciva di casa, anche solo per andare in giardino, dove altri avrebbero potuto vederla. Obbligata a portare il Burqa, mentre le era impedito imparare l’italiano, anche solo vedere trasmissioni televisive in italiano. Poteva solo seguire programmi in arabo, tramite la parabola che il marito aveva fatto installare nella loro abitazione, in Altopolesine. Fatti che, secondo la ricostruzione dell’accusa, si sarebbero verificati tra il 2012 e il 2015. Questa la devastante ricostruzione dell’accusa.

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A processo, si trova il marito della giovane donna marocchina, suo connazionale. Nella giornata di giovedì 21 marzo, avrebbe dovuto deporre il marito, difeso dall’avvocato Chiara Cavaliere, mentre la presunta vittima è costituita parte civile, con l’avvocato Cecilia Tessarin. L’udienza è però slittata perché, prima dell’esame dell’imputato, che ha intenzione di rispondere alle domande del pubblico ministero e del giudice, era necessario terminare l’esame dei testi dell’accusa. Due, che, però, non erano presenti in aula. Per la prossima udienza è stato quindi disposto l’accompagnamento coatto, ossia forzoso, garantito dai carabinieri, con annessa multa, per la loro mancata presenza. L’udienza ha quindi portato a un rinvio.

A quanto si apprende, secondo il marito la moglie sarebbe stata “posseduta”, da uno spirito maligno che le avrebbe fatto all’improvviso cambiare personalità e condotta.

Quindi, il porno sì ma col burqa. C’è da aggiungere altro?




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