Rapita da pakistano, costretta a convertirsi all’Islam

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Naveed Iqbal, uno delle poche migliaia di cristiani pakistani, era sposato con Saima Iqbal, con cui aveva avuto tre bambini. Poi, dopo venti anni di matrimonio, il 25 febbraio, la moglie non è rientrata a casa: era stata rapita da una famiglia islamica, convertita all’islam sotto minaccia e sposata a forza ad un musulmano.

Funziona così in Pakistan. Ogni anno vengono rapite da musulmani almeno mille donne appartenenti a minoranze religiose che vengono costrette alla conversione all’islam. Il dato è in forte crescita visto che un rapporto del 2013 parlava invece di 700 casi all’anno.

Sarebbe illegale. Ma solo in teoria, visto che la polizia, islamica, non se ne occupa.

«Appena ho capito che cos’era successo, sono andato a sporgere denuncia alla polizia ma si sono rifiutati di registrare la denuncia».

Disperato, Naveed è tornato dopo qualche giorno alla polizia con i suoi tre figli e insieme hanno minacciato di darsi fuoco se non fosse stata registrata la denuncia. L’1 marzo Naveed ha finalmente ricevuto l’aiuto della polizia, che il 5 marzo ha trovato Saima e l’ha portata in un centro governativo destinato alla protezione delle donne.

Satti, il rapitore, ha protestato con la polizia mostrando i documenti firmati dalla donna nei quali affermava di essersi convertita all’islam volontariamente e di avere accettato il matrimonio islamico. «Sono tutti documenti falsi», continua Naveed, che ha portato il caso in tribunale dopo avere fatto visita alla moglie nel centro governativo. «Sul corpo, in volto e sulle braccia, aveva evidenti segni di tortura ma la corte della sharia si rifiuta di riconoscere che è stata obbligata a convertirsi».

Intanto Naveed e i figli sono costretti a vivere nascosti dopo avere ricevuto minacce di morte da Satti e la sua famiglia. «Hanno detto che ci uccideranno se non ritireremo la denuncia. Non so a chi rivolgermi e mia moglie è ancora in pericolo».

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Il caso di Saima è simile a quello famoso di Fouzia Sadiqe, cristiana di 31 anni e madre di tre figli rapita nel 2015 dal suo datore di lavoro musulmano di 61 anni, Muhammad Nazir, nel Punjab pakistano. La donna dopo il sequestro è stata costretta a convertirsi all’islam e a sposare Nazir. Liberata e nascosta grazie all’impegno di una ong cristiana, dopo la fuga aveva dichiarato di «essere stata violentata più volte ma di non avere mai perso la fede in Gesù». Nel 2016 è dovuta tornare da Nazir: la famiglia era stata infatti costretta a restituire la donna al datore di lavoro musulmano dopo che questi aveva sporto denuncia accusando i familiari di rapimento, essendo ormai la donna legalmente sposata con lui. Dopo aver ricevuto minacce di morte, la famiglia non ha potuto fare altro che cedere. Nel 2017 Fouzia è stata ancora una volta liberata e nascosta in un luogo sicuro, da dove ha dichiarato: «Il mostro continuava a violentarmi e io ho tentato il suicidio. Poi ho chiesto perdono a Dio e ho ricominciato a pregare. Per fortuna non mi ha mai abbandonata».

Tutto questo somiglia a quanto sta avvenendo in Inghilterra con gli stupri etnici: migliaia di ragazzine bianche rapite per strada e stuprata da gang di musulmani. In questo caso, invece dell’islam, a favore dei musulmani stupratori gioca un’altra religione: l’antirazzismo che impedisce alla polizia di raccogliere le denunce in modo adeguato. Per non turbare la calma apparente della società multietnica.

La gang di immigrati che ha stuprato 1.500 bambine

Come vedete, il comportamento degli individui non muta al mutare della latitudine di residenza.




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