Tribunale applica legge marocchina invece di quella italiana

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Ecco la giustizia à la carte, anzi: la giustizia etnica. In Italia la magistratura applica la Sharia.

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Il Tribunale di Bergamo, lunedì 4 febbraio, invece di applicare la legge italiana, si è pronunciato in base alla “Moudawana”, il Codice di Statuto Personale Marocchino in vigore dall’8 marzo 2004.

Il caso riguarda due coniugi del Marocco, residenti nell’hinterland, genitori di 3 figli minori e che avevano contratto matrimonio nel consolato marocchino di Milano: sono stati loro, con una scrittura privata, a chiedere concordemente l’applicazione della legge di riforma del diritto di famiglia del loro Paese.

Vivono in Italia, ma a loro si applica la legge marocchina. Bizzarrie dei nostri tribunali.

Il Tribunale di Bergamo ha preso atto della volontà reciproca di divorzio diretto, verificando che le condizioni da loro concordate non contraddicessero le disposizioni della Moudawana, e hanno ritenuto accoglibile la domanda di applicazione della legge del loro Paese, come previsto dall’articolo 5 del Regolamento europeo 1259/2010, il cosiddetto “Roma III”.

Avete letto bene: un tribunale italiano si è occupato di verificare che le condizioni non “contraddicessero le disposizione della Moudawana”. Poi cosa, la lapidazione?

Una sentenza simile, sempre in un caso di divorzio secondo il diritto del Marocco, era stata pronunciata dal Tribunale di Bologna nel maggio del 2017: allora i giudici avevano garantito alla moglie due forme di tutela marocchine traducibili con “consolazione” e “pensione per il periodo di vedovanza”, di durata pari a tre cicli mestruali.

Siamo tornati ai cicli mestruali.

Giudici italiani che in Italia applicano decisioni secondo la legge straniera: devono essere fermati.

Ma il problema di fondo è che sono tra noi. E non ci dovrebbero essere. Non ci dovranno essere.




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