Caporalato, immigrati costretti ad iscriversi al Sindacato

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“A Babbo Natale ho chiesto… 4.000 disoccupazioni e un gatto…”. È quanto scrive in un messaggio, inviato durante le festività natalizie, il segretario generale provinciale della Fai Cisl Marco Vaccaro a un altro segretario dello stesso sindacato.

Sei le misure cautelari, tre in carcere e tre ai domiciliari, eseguite questa mattina nei confronti di altrettante persone ritenute responsabili di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, all’estorsione, all’autoriciclaggio, alla corruzione e ai reati tributari. Agli arresti il sindacalista Marco Vaccaro, segretario provinciale della Fai Cisl, insieme anche a Luigi Battisti, Daniela Cerroni, Chiara Battisti, Luca di Pietro e Nicola Spognardi, ispettore del lavoro. Gli arrestati, spiega la Questura di Latina, sono risultati impegnati, per mezzo della società cooperativa Agri Amici, di Sezze “nel reclutamento e nello sfruttamento di stranieri centrafricani e rumeni, somministrando illecitamente la loro manodopera a centinaia di azienda agricole committenti, avendo monopolizzato il settore nelle provincie di Latina, Roma, Frosinone e Viterbo”.

Scoperta a Latina un’organizzazione criminale dedita allo sfruttamento del lavoro ed al caporalato di centinaia di stranieri impiegati in lavori agricoli in “condizioni disumane”.

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Ricordiamolo sempre: gli immigrati non sono vittime, sono complici dello sfruttamento. Con la loro accettazione di condizioni ‘disumane’, espellono gli italiani da interi settori dell’economia. Degradando le condizioni del lavoro e i salari: è l’effetto dell’esercito di riserva che il Pd e le Ong hanno traghettato in Italia.

Lavoravano 12 ore al giorno, a fronte di una retribuzione al di sotto della metà di quella prevista dal contratto nazionale.

Sei gli arresti. Tra i quali un sindacalista ed un ispettore del lavoro. I braccianti erano costretti a iscriversi al sindacato.

Tra i sei arrestati due donne che reclutavano e sfruttavano stranieri centrafricani e rumeni, tramite una società cooperativa con sede a Sezze (LT), distribuendo illecitamente la loro manodopera a centinaia di azienda agricole che avevano monopolizzato il settore nelle provincie di Latina, Roma, Frosinone e Viterbo.

L’obbligo di iscrizione al sindacato, dietro la minaccia del licenziamento, veniva fatta affinchè quest’ultimo “percepisse non solo le quote di iscrizione ma anche ulteriori introiti economici connessi alla trattazione delle pratiche finalizzate ad ottenere le indennità di disoccupazione”.

I migranti venivano trasportati nei campi a bordo di pulmini sovraffollati, privi dei più elementari sistemi di sicurezza. Il sistema era retto anche grazie alla copertura di esponenti sindacali e dell’Ispettorato del lavoro infedeli. Oltre ai sei arrestati, vi sono ulteriori 50 indagati, tra cui imprenditori agricoli, commercialisti, funzionari ed esponenti del mondo sindacale, che avrebbero dovuto vigilare sulla legalità nel mondo del lavoro e tutelare i lavoratori.

L’indagine ha avuto inizio alla fine del 2017, a seguito dei interventi disposti dal Servizio Centrale Operativo nell’ambito dell’operazione ad alto impatto denominata “Freedom”, finalizzata al contrasto del preoccupante fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro. Tali controlli hanno permesso di rilevare la presenza in alcune zone della città, nelle primissime ore della mattinata, di folti gruppi di stranieri in attesa di pulmini per essere trasportati nei campi.

I poliziotti hanno potuto accertare che i braccianti provenivano anche dai centri di accoglienza straordinaria ed erano in attesa del riconoscimento della protezione internazionale. Le indagini di natura patrimoniale hanno portato al sequestro di 5 abitazioni, 3 depositi, 3 appezzamenti di terreno, 9 autovetture, 36 tra furgoni e camion, 1 società cooperativa, 4 quote societarie e numerosi rapporti bancari, per un valore complessivo di circa 4 milioni di euro.

Capite perchè i sindacati vogliono più immigrati?




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