Quando Caritas respinge italiani per sfamare i profughi

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Nei giorni delle Ong tedesche in stallo a Malta, da molti paragonate con la situazione di Amatrice, i buonisti hanno spiegato urbi et orbi che aiutare i primi non significa sprecare risorse destinabili ai secondi.

Probabilmente hanno guardato troppa tv. Per capire come i nostri poveri siano in concorrenza con quelli che sbarcano, ci viene in ‘soccorso’ quanto accaduto a Lecco non troppo tempo fa:

La mensa Caritas di via San Nicolò ormai serve quasi esclusivamente ‘profughi’, finti profughi. Infatti i sedicenti profughi, assistiti a spese nostre dal Ferrhotel di via Ferriera, dall’Hub del Bione, dall’ex convento di Maggianico e da altri centri della provincia che fanno capo a Lecco, preferiscono andare in mensa che fare ritorno nelle loro realtà di riferimento. Più vicina ai vicoli…

Così gli spazi destinati ai “senza tetto”, ai senza fissa dimora, si riducono. Italiani discriminati, sempre. E così, non c’è posto per i ‘nuovi poveri’ italiani: disoccupati e mariti separati.

Sostituiti da fancazzisti pakistani. Giovani fancazzisti pakistani. Che rappresentano il 22,59 per cento del totale dei 270 nuovi ingressi dello scorso anno.

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Tino Fumagalli, responsabile della mensa, deve ammettere: «I posti disponibili sono 40 ma ora abbiamo un forte afflusso di profughi che ci chiedono di entrare anche se sospettiamo siano ospitati in altre strutture. Il problema è che non possiamo controllare. Gli elenchi delle persone ospitate al Ferrhotel o al Bione non li abbiamo e ci dicono che solo la Prefettura può autorizzarne la diffusione. Fatto sta che tanti profughi che hanno ricevuto assistenza altrove, tolgono il posto a chi non ha altre forme di sussistenza».

Quindi, in una realtà con risorse finite, se dai a qualcuno, togli sempre a qualcun altro: è inevitabile.




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