Islam: 600 jihadisti arruolati nelle carceri italiane

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La denuncia dai rappresentanti della Polizia Penitenziaria

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Per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), quella dei potenziali terroristi è una nebulosa assai difficile da interpretare, tanto più nella composita galassia dei 60 mila detenuti oggi ficcati a forza nelle 190 straboccanti prigioni italiane.

Tra loro, gli stranieri sono 20.300 e gli islamici dichiarati 8 mila, ma il 42 per cento dei reclusi proveniente da Paesi musulmani (in tutto 10 mila) non dichiara alcuna fede religiosa. È possibile che questo avvenga per evitare discriminazioni, il sospetto però è che possa essere anche un mezzo per eludere i sistemi contro la radicalizzazione.

I reclusi per terrorismo internazionale, un reato che da noi è stato introdotto tra 2015 e 2016 e affronta in particolar modo lo jihadismo, oggi sono una settantina, in gran parte in attesa di giudizio. Sono divisi nelle quattro carceri «specializzate» di Bancali (Sassari), Nuoro, Rossano Calabro (Cosenza) e Asti. Vivono confinati nei reparti ad Alta sicurezza di «tipo 2», dove vigono regole un po’ meno dure di quelle cui sono assoggettati i boss mafiosi, seppelliti nelle sezioni di «tipo 1». Anche gli «As2», così vengono definiti in gergo i terroristi islamici veri o presunti, in teoria non possono avere contatti con altri reclusi.

Malgrado questi limiti, accanto a loro ci sono altri 600 detenuti che in prigione sono stati radicalizzati, cioè avvicinati e convinti in qualche misura alla guerra santa dell’Islam.

Il loro numero è in crescita rispetto alla fine del 2017, quando erano 506; ed è quasi doppio rispetto ai 365 del dicembre 2016. In carcere i sospetti radicalizzati vengono sorvegliati in base a tre diversi standard di allarme: alto, medio e basso. Alla fine del 2017, quelli considerati al livello più rischioso erano 242, contro 150 di livello medio e 114 di livello basso.

Ma come può avvenire la radicalizzazione, malgrado limiti e controlli? Le vie di Allah sono infinite. E corrono soprattutto grazie alla scarsità delle risorse destinate da tutti gli ultimi governi al nostro sistema penitenziario. Il carcere di Bancali, che in teoria è una moderna struttura di massima sicurezza inaugurata solo nel 2013, ospita 336 agenti e 411 reclusi, 25 dei quali imputati o condannati per terrorismo di stampo islamico. Ma i poliziotti dovrebbero essere 71 di più. E infatti le aggressioni ai loro danni sono frequenti. L’ultima risale al 6 dicembre: un detenuto islamico ha distrutto la cella e poi ha lanciato pezzi di termosifone contro i poliziotti, chiamando i compagni all’insurrezione. «Il nostro direttore si divide tra Sassari e Nuoro» lamenta Antonio Cannas, delegato del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria «e da settembre siamo anche privi della figura fondamentale del comandante. Insomma, ci sentiamo abbandonati dallo Stato. Qui mancano agenti, ispettori, sovrintendenti».
In questa situazione, diffusa negli istituti di pena, si fanno miracoli per evitare i contatti fisici tra i detenuti per terrorismo e gli altri: «Ma quelli all’As2 sono al quarto piano e continuano a gridare in arabo dalla finestra» aggiunge Cannas. «Che sappiamo di quel che dicono? E come facciamo a impedirglielo?». Anche per questo si stima che tra le mura di Bancali, negli ultimi due anni, almeno una ventina di detenuti comuni si sia convertita all’Islam: il primo pare sia stato Vulnet Maqelara, un macedone che in prigione si fa chiamare Karlito Brigande in omaggio al suo eroe, il protagonista del film Carlito’s way. È l’avanguardia di un esercito che cresce.




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