Sudafrica, bambini bianchi in fuga dall’integrazione

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La segregazione razziale esiste ovunque vi siano popolazioni diverse. E’ naturale. Solo che avviene per vie economiche: negli Usa si chiama scuola privata. Ma i bianchi poveri non se la possono permettere. Per questo l’antirazzismo è, prima di tutto, discriminazione classista.

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In Sudafrica non si placano le polemiche incentrate su un presunto “ritorno dell’apartheid” all’interno delle scuole nazionali.

In questi giorni, infatti, diverse inchieste giornalistiche hanno denunciato l’istituzione, da parte di alcune strutture didattiche, di “classi separate” per studenti bianchi e neri. L’ultima struttura a venire accusata di “segregazione” è stata la scuola materna Schweizer-Reneke, situata nel Nordovest del Paese. Questa è stata ultimamente oggetto di un reportage condotto dai giornalisti del portale di informazione TimesLIVE.

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Alcune foto scattate dagli inviati del sito web all’interno del complesso educativo immortalano infatti i bambini neri “separati” dai loro compagni bianchi. Nelle immagini in questione, gli iscritti di colore appaiono tutti raggruppati in aule diverse da quelle occupate dai bimbi bianchi. Secondo le testimonianze rese dai reporter, i minori non appartenenti alla comunità afrikaner sarebbero stati “messi da parte” per “precisa volontà della dirigenza dell’istituto”.

Il reportage realizzato dal portale web ha anche innescato un dibattito parlamentare sul pericolo di un “ritorno dell’apartheid”. I deputati del partito di sinistra Economic Freedom Fighters hanno infatti esortato il ministro dell’Istruzione a riferire davanti all’assemblea riguardo alle “contromisure” ideate dall’esecutivo Ramaphosa al fine di “arrestare il dilagare di iniziative palesemente razziste all’interno dei complessi scolastici sudafricani”. Gli esponenti di tale partito hanno quindi sollecitato le autorità governative e la magistratura affinché venga disposta la “rimozione immediata” ai danni dei dirigenti e degli insegnanti indiziati di “praticare la segregazione negli istituti del Paese”.

Nessuno può sfuggire all’integrazione obbligatoria. Invece noi dobbiamo proporre un diverso modello di società: più libero, più civile e più sicuro.

Una società dove ognuno possa crescere e vivere, esprimendo la propria identità, tra i propri simili.

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Che non è razzismo, è buonsenso. Perché è l’integrazione forzata che genera conflitto.

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