Prato, nemmeno i nipoti degli immigrati cinesi sanno l’italiano

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Fantasmi, poche parole di italiano conosciute. Sono i bambini cinesi con i quali puntualmente ogni anno deve confrontarsi la scuola pratese. Ormai territorio cinese d’oltremare.

«Non cambierà mai niente finché per i genitori di questi bimbi varrà la regola per cui la produzione vince su tutto», dice il vicesindaco PD Simone Faggi, il cui partito, per decenni, ha permesso la cinesizzazione della società.

Un anno fa lo stesso Faggi lanciò un grido di “allarme”, parlando di oltre 500 bambini stranieri iscritti a scuola fuori dai tempi previsti dalla legge e di oltre a 100 alunni che arrivano invece in corso d’anno.

I cinesi sono un cancro per Prato. Un’entità totalmente estranea alla società che la sta lentamente soffocando.

La conoscenza della lingua italiana ancora oggi non esiste nemmeno tra le terze generazioni di cinesi. In campo il Comune ha messo diverse soluzioni ridicole: l’uso dei canali social orientali come we-chat, il volantinaggio, mediatori culturali e ora un progetto da 600mila euro che si occupa proprio dei rapporti tra la scuola e i genitori. In pratica, i contribuenti devono pagare per ‘integrare’ i cinesi. Come se fosse, tra l’altro, un obiettivo positivo da perseguire.

«I bambini stranieri che arrivano a Prato sono arrabbiati. Arrabbiati soprattutto verso un sistema che non capiscono. Spesso si pensa che abbiano dei problemi di apprendimento, che invece non ci sono», aggiunge Faggi. «I bambini che arrivano qui all’improvviso si trovano da un giorno all’altro catapultati in una classe. Così facendo non si sentono parte di una comunità, sono spaesati».

Pensa come si sentono spaesati gli italiani a Prato, genio, che ormai è quasi una città cinese.




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