Espulso dall’Italia il clandestino che si vestiva da donna

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Convocato in commissariato per dargli aggiornamenti sulla sua opposizione all’espulsione, tenuto una notte in Questura e la mattina successiva, caricato su un aereo verso casa sua, in Perù.

Tutto è bene quel che finisce bene. Ma lui e i suoi si lamentano.

È stata espulso da Milano e dall’Italia, ma lui, che si fa chiamare Alessia P.M., attivista transgender che durante il “Pride” dello scorso anno aveva deciso di raccontare la sua storia di ‘persona’ – così aveva detto – “tre volte discriminata perché sono donna, transgender e immigrata” in uno Stato – aveva attaccato – le cui “istituzioni non si sono mai realmente impegnate per dare corpo ai diritti, lasciandoli marcire sulla carta”.

Un uomo che si veste da donna e pretende di vivere in Italia da clandestino.

Ma leggiamo il modo con cui il giornale locale racconta la vicenda:

Alessia aveva parlato a nome dell’associazione “Nessuna persona è illegale” – che da tempo lotta contro ogni tipo di discriminazione – e aveva accettato di esporsi nonostante non fosse in regola con il permesso di soggiorno, che le era stato negato e che lei aveva continuato a chiedere con insistenza.

Il 27 dicembre – denuncia la stessa associazione – è arrivata la parola fine. “È stata convocata presso il locale commissariato di polizia; aveva un ricorso già depositato contro il diniego di permesso di soggiorno e il foglio di via che aveva ricevuto, e così, sicura delle proprie ragioni, nel pomeriggio di giovedì ci è andata – hanno ricostruito da ‘Nessuna persona è illegale’ -. Subito è stata trasportata in questura, ha fatto appena in tempo ad avvertirci con una brevissima telefonata, poi un lungo silenzio: sequestrato il cellulare, impediti i contatti con l’esterno”.

Poche ore e i giorni italiani di Alessia sono finiti. “Alle sette del mattino del 28 dicembre, dopo una notte trascorsa in questura senza spiegazioni, le è stato detto che sarebbe stata condotta davanti ad un giudice poche ore dopo per l’esecuzione del rimpatrio – la versione della sua associazione -. Non le è stato concesso di contattare l’avvocata che seguiva la sua richiesta di permesso di soggiorno, che aveva tutti i documenti per dimostrare che l’espulsione era e continua a essere irragionevole. È stata deportata così, senza avere il tempo di salutare le tante persone che le sono state amiche in questi suoi anni italiani, sistemare la sua casa e i suoi affetti, scegliere che cosa portare con sé”.

Andate a salutarlo in Perù.

Ps. Chiedere “con insistenza” una cosa non significa ottenerla.




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