Tribunale contro Facebook, ordina restituzione profilo bloccato

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Una sentenza del tribunale di Pordenone potrebbe essere una pietra miliare nella difesa della libertà di espressione su internet.

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Stop alle censure immotivate da parte di Facebook che secondo la sentenza non potrà più disattivare profili ed eliminare pagine sulla base di violazioni solo presunte ed evidenziate senza contraddittorio. In pratica: tutte.

Prevista una penale in capo all’azienda americana per ogni giorno di ritardo nella riattivazione dell’account immotivatamente disattivato.

Lo stabilisce il tribunale di Pordenone nella causa civile n. 2139/2018 pubblicata lo scorso 10 dicembre.

La vicenda riguarda un procedimento cautelare, patrocinato dall’avvocato Guido Gallovich, in cui il ricorrente chiedeva a Facebook l’immediato ripristino del suo profilo personale e l’immediata riattivazione del relativo accesso ad una pagina gestita dal profilo stesso o, in subordine, la riattivazione della pagina per il tramite di un nuovo account personale. Il tribunale di Pordenone, sezione civile, ha accolto il ricorso presentato sulla base delle seguenti motivazioni: in primo luogo, «la società resistente, pur in assenza di una chiara, seria e reiterata violazione da parte dell’utente delle condizioni contrattuali, ha deciso dapprima di inibire l’accesso, e poi rimuovere la pagina, con ciò violando non solo le regole contrattuali, ma anche il diritto di libera espressione del pensiero come tutelato dalla Costituzione». La seconda motivazione riguarda l’oggetto del contendere, ovvero la pubblicazione di un video di highlights tennistici in presunta violazione della normativa in materia di proprietà intellettuale. Secondo il tribunale, visto che il video era stato caricato da una pagina pubblica e il ricorrente, appena avvertito del presunto illecito, ha provveduto a levarlo dalla pagina, la condotta «non può certo qualificarsi quale chiara, seria e reiterata violazione delle condizioni per l’utilizzo del social network». In terzo luogo, «la società, a fronte di un possibile abuso, peraltro commesso in buona fede, ha deciso di sanzionare il ricorrente con il blocco e poi la chiusura della pagina senza consentire allo stesso di giustificarsi, adottando un rimedio del tutto sproporzionato rispetto agli addebiti mossi, finendo così non solo per violare le norme contrattuali, ma anche violando i diritti costituzionalmente garantiti al ricorrente. Su queste basi li tribunale ha deciso di accogliere il ricorso ordinando a Facebook l’immediato ripristino del profilo personale del ricorrente. Il riferimento all’immediato intervento viene giustificato dal tribunale nella sentenza; in fatti, con riferimento al c.d. periculum in mora si osserva che la necessità di un’immediata tutela in via anticipatoria rispetto a quella che conseguirebbe all’esito di un giudizio di merito, si giustifica in ragione della circostanza che il prolungarsi del congelamento di una pagina Facebook determina l’assoluta perdita di interesse degli utenti nei confronti della stessa e, di conseguenza, la vanificazione di tutto il tempo speso, con l’irrimediabile perdita dei followers finora acquisiti».

E’ evidente che questo caso apre a tantissimi altri casi. Facebook, che è un monopolio di fatto, si comporta da poliziotto e giudice allo stesso tempo. L’utente non ha alcuna possibilità di contraddittorio, come riconosce la sentenza.

E’ probabile che facebook presenti ricorso. E sarebbe opportuno che la questione arrivasse fino alla Consulta: facebook e gli altri social agiscono in modo totalmente incontrollato e irresponsabile rispetto ai diritti dei propri utenti.




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