Ufficiale: quasi 10mila sbarcati con la Tubercolosi

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DATI UFFICIALI SIMIT: Società Italiana di Malattie Infettive

Da novembre 2013 ad oggi oltre 450 mila clandestini provenienti prevalentemente dal continente africano sono sbarcati in Sicilia. Senza contare le altre centinaia di migliaia scaricati in altri porti.

Nella provincia di Catania, in dettaglio, ne sono giunti 15.200 nel 2016, 16mila nel 2017, oltre 4mila nel 2018, con il drastico calo degli sbarchi in seguito alla politica dei porti chiusi portata avanti dal nuovo Ministero degli Interni.

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“Uno screening effettuato in collaborazione dall’Università di Catania e dall’Arnas Garibaldi di Catania- sottolinea Bruno Cacopardo, direttore Uoc Malattie Infettive Ospedale Garibaldi e professore ordinario Malattie Infettive Università di Catania- ha recentemente evidenziato che più di un migrante sbarcato su mille presenta tubercolosi polmonare attiva e necessita pertanto di ricovero e cure. Appare complessa in questa popolazione la cosiddetta retenction in care poiché i migranti avviati a trattamento antitubercolare tendono ad interromperlo arbitrariamente poco dopo la dimissione”.

Incredibile. Si tratta di un esercito di quasi 10 mila infetti con Tubercolosi attiva, tenendo presente gli sbarchi a liello nazionale e non solo siciliano.

Ma non finisce qui.

La tubercolosi viene riattivata nei migranti provenienti da aree endemiche per Tbc in seguito agli stenti del lungo viaggio di migrazione, in media oltre 240 giorni. Ciò in seguito a malnutrizione, altre malattie, detenzione, violenze, che indeboliscono progressivamente il sistema immunitario del soggetto infetto. Una parte di migranti non proveniente da aree endemiche rischia comunque il contagio in seguito ad esposizione durante lunghi periodi di detenzione o di vita in coabitazione con altri migranti provenienti dalle aree endemiche.

Quindi non è vero che ‘si ammalano in Italia’, come ha millantato giorni fa Burioni, ma che la forma latente di TBC si riattiva.

“[…]destinato a creare gravi rischi, sia individuali (riattivazione della malattia tubercolare alla sospensione del trattamento), sia comunitari (contagi all’interno delle comunità di accoglienza), sia in termini, infine, di sanità pubblica, perché non è escludibile, sul lungo termine, una potenziale diffusione alla popolazione autoctona locale”.

C’è poi l’infezione da Hiv/Aids, con un costante e rapido aumento nel tempo della proporzione dei casi Aids notificati in stranieri. “In Italia- aggiunge Mauro Sapienza, direttore Uoc Medicina interna ed Uuooss Gastroenterologia & lungodegenza, responsabile Medicina della Migrazione Ospedale “Umberto I” – Enna- esistono numerose indicazioni dirette e indirette dell’aumentato rischio di malattie sessualmente trasmissibili negli immigrati: le malattie infettive genito-urinarie (con particolare riferimento a Schistosoma haematobium) costituiscono uno dei più frequenti gruppi di patologie tra gli immigrati.

Tra le altre condizioni infettivologiche connesse ai flussi migratori, rammentiamo il rischio di acquisizione di malaria, spesso legata a viaggi del migrante nel proprio paese di origine senza ricorrere ad adeguate misure di prevenzione. L’incidenza di casi di altre patologie tropicali esotiche (lebbra, filariosi, tripanosomiasi africana) appare, infine, relativamente modesta”.




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