I genitori di Pamela a Oseghale: “Devi marcire in carcere”

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I genitori di Pamela rispondono alla vergognosa lettera di Innocent Oseghale, in cui chiede ‘perdono’, dicendo che lui, Pamela l’ha solo fatta a pezzi.

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«Siamo ora noi a chiedere a te: come possiamo accettare le scuse che ci hai rivolto in udienza, quando un giudice, con coraggio, ti ha rinviato a giudizio per aver violentato, ucciso, depezzato chirurgicamente, scuoiato, scarnificato, disarticolato, esanguato, lavato con la varechina, messo in due trolley ed abbandonato sul ciglio di una strada nostra figlia Pamela, che aveva appena 18 anni? Il fatto che tu abbia solo pensato di farlo, dimostra inequivocabilmente che per te, fare quello che hai fatto, è la normalità. Perché vedi, non è solo il fatto di averla violentata ed uccisa, ma anche quello che hai fatto dopo: un qualcosa che non ha precedenti e che dimostra, da una parte, una demoniaca freddezza, dall’altra una ferocia che non ha eguali». Non ce li ha in Italia.

I genitori di Pamela dicono inoltre di aver visto, dopo tempo, quando se la sono sentita, le foto di quello che è stato fatto alla figlia. E in quel momento «ci siamo sentiti male, abbiamo vomitato, abbiamo pianto disperatamente, non siamo andati a lavoro per settimane – scrivono –. E per lunghe notti non abbiamo dormito, accompagnati tuttora dalle immagini di quei tragici ultimi momenti di nostra figlia. Rivivere la sua paura, la sua angoscia, il suo terrore» scrivono i genitori.

«Per non pensare, poi, a quello che pur emergerebbe in alcuni documenti processuali: ossia averla iniziata tu a fare a pezzi quando era ancora viva».

Un corpo, quello di Pamela, che a fatica è stato ricomposto.

«Come possiamo perdonarti? Una domanda simile, fatta a noi, vuole anche dire che tu ti sia già perdonato. O, peggio, che non ti sia mai pentito. E torniamo a quanto sopra: ossia, che tu non ti sia forse neanche reso conto di quel che hai fatto, perché per te è probabilmente la normalità. Hai chiesto poi, come se non bastasse, una seconda possibilità: ma perché non racconti agli italiani, cui pure ti sei rivolto, chi sei? Perché non racconti che sei qui in Italia da anni, venuto come richiedente protezione internazionale, dicendo di essere un perseguitato al tuo Paese, salvo poi esserti dedicato, nella terra che ti aveva ospitato a prescindere (così dicono le leggi internazionali, salvo il vaglio dei requisiti che avviene solo in un secondo momento), a spacciare droga e ad essere anche condannato per questo? Perché non racconti di non aver seguito, ad un certo punto, i programmi utili ad integrarti, perché avevi altro da fare (spacciare, appunto)?».

E «come fai a chiedere una seconda possibilità? Per fare cosa? Per tornare a spacciare? O a spezzare altre vite come hai fatto con quella di nostra figlia? Perché vedi, dal tuo curriculum, verrebbe più da pensare questo che altro».

«Perché non racconti di tutto il resto che, di marcio, emerge dalle carte processuali, finalmente in nostro possesso? E che denuncia, inequivocabilmente, quello che abbiamo sempre ipotizzato? Ossia che dietro di te ci possa essere la mafia nigeriana? E che essa possa coinvolgere anche altri soggetti, inclusi a vario titolo in questa vicenda? Chiedi scusa agli italiani, dunque, di cosa? Di aver venduto droga ai loro figli? E a noi? Di aver ridotto in quel modo nostra figlia che, a quanto risulta, voleva tornare a casa da noi? E te lo aveva pure detto, piangendo?».

«No, non ti perdoniamo. È una lettera, la tua, che dimostra ulteriormente chi tu sia. Non meriti nulla, se non una condanna esemplare, che ti releghi in carcere per il resto dei tuoi anni a venire, fino a quando qualcuno, più in alto di noi, non sia chiamato a giudicarti. Cercheremo di sopravvivere allo strazio ed al dolore, consapevoli che la nostra battaglia è quella di tutto un mondo civile che non vuole che quello che tu hai fatto possa riaccadere. E vogliamo credere in una giustizia che sia, una volta tanto, davvero giusta. Un primo passo è già stato compiuto: un giudice, come dicevamo prima, ti ha rinviato a giudizio, rigettando la tua richiesta di rito abbreviato.
Forse avresti preso una condanna esemplare anche in quel modo – continua la lettera –, ma il solo pensiero che tu, accusato degli efferati fatti che hanno riguardato nostra figlia, potessi anche solo in linea teorica, godere dello sconto di pena, ci faceva rabbrividire. Ora, ci vedremo al processo: noi combatteremo, come abbiamo fatto finora. Per dare giustizia a nostra figlia ed a tutte le altre persone che, purtroppo, non hanno avuto una seconda possibilità, perché hanno incontrato sul loro cammino persone come te. E per far sì che, ad averla, questa seconda possibilità, sia chi veramente ne abbia diritto. Levare dalla circolazione ed affidare alle patrie galere persone come te, è certamente un passo importante, affinché ciò accada. L’istinto, dato quello che hai fatto, vorrebbe altro, ma noi siamo una famiglia perbene: aspettiamo che una corte ti giudichi. Perché vedi, nel nostro Paese funziona così. E, anche se è difficile rimanere lucidi, siamo comunque fieri di appartenere ad un popolo che è solito affidare anche il peggiore dei criminali al giudizio di un tribunale».

E noi abbiamo un modo di onorare il ricordo di Pamela. Liberare le schiave italiane dei nigeriani:

Le schiave italiane della Mafia Nigeriana – FOTO CHOC

Credete che Pamela sia l’unica che è stata fatta a pezzi da viva? Che Desirée sia stata l’unica violentata da morta? No, sono state le sole trovate.

Il problema dei nigeriani ha bisogno di una soluzione finale.




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