Nuovi imprenditori: migrante schiavizzava lavoratori

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Lavoravano 11 ore al giorno, ogni giorno, anche la domenica per venti euro. Dodici lavoratori, senza alcun contratto e alcuni anche clandestini, confezionavano così, a Grumo Nevano, in provincia di Napoli, giacche da uomo: lavoravano a ritmi serratissimi in un locale in pessime condizione igienico sanitarie. Lo hanno scoperto i carabinieri: denunciata la titolare del laboratorio, una 32enne del Bangladesh, e sequestrato il locale.

Nell’opificio di 150 metri c’erano attrezzature non conformi e non era stato redatto alcun documento di valutazione dei rischi. Nove delle 12 persone sono risultate prese “a nero” e lavoravano 11 ore al giorno tutti i giorni, compresi i festivi, per soli 20 euro, senza alcun versamento di contributi previdenziali e senza possibilità di prestazioni assistenziali. Tre dei lavoratori a nero sono risultati inoltre in condizioni di clandestinità

Questi sono i ‘nuovi imprenditori’. Non è un caso che le imprese di immigrati aumentino e quelle italiane chiudano.

Secondo un’indagine della Cgia di Mestre hanno raggiunto quota 805.477 i titolari o soci d’azienda di origine straniera nel nostro Paese, con un incremento del 2,5 per cento tra il 2016 e il 2017: un trend che l’anno scorso ha fruttato rimesse, cioè soldi inviati dagli immigrati nei loro paesi d’origine, per 5 miliardi di euro. Soldi che escono dal nostro sistema economico, che ci impoveriscono.

A guidare la classifica ci sono gli “imprenditori” cinesi che in un solo anno sono aumentati del 4,5 per cento: a dicembre 2017 se ne contavano 80.514, davanti a 79.391 marocchini, 77.082 romeni e 46.974 albanesi.

Il contrasto con la parallela decrescita di quelli italiani balza agli occhi allungando lo sguardo indietro fino al 2009. Infatti negli ultimi otto anni, quelli della crisi e della recessione, l’imprenditoria straniera è cresciuta di 600mila unità, pari al 34 per cento, mentre il mondo produttivo nostrano lasciava per strada la stessa cifra di imprese fallite o chiuse: i titolari italiani sono scesi da 8,9 milioni a meno di 8,3 milioni, con una riduzione del 7,5 per cento. A trascinare l’ascesa straniera nel periodo più buio della nostra economia è stato ancora l’Impero celeste, che dal 2009 ha più che raddoppiato il suo business nel Belpaese: le aziende sono cresciute del 61,5 per cento. Così oggi su oltre 290.600 cinesi residenti in Italia, 80.500 guidano un’attività: non solo nel commercio, ma anche nel manifatturiero e nella ristorazione, oltre nel settore dell’estetica e massaggi in forte espansione (+10% nel 2017). La Lombardia è la regione più fertile all’insediamento di aziende di proprietà cinese: 6,5 per cento in più nell’ultimo anno. Seguono la Toscana, il Veneto e l’Emilia Romagna. Territori in cui si concentra oltre il 62 per cento del totale del made in China.

«Sebbene in alcune aree del nostro Paese esistono delle sacche di illegalità riconducibili all’imprenditoria cinese che alimentano l’economia sommersa e il mercato della contraffazione spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo non dobbiamo dimenticare che i migranti cinesi si sono contraddistinti per una forte vocazione alle attività di business. Nel momento in cui lasciano il Paese d’origine, infatti, sono tra gli stranieri più abili nell’impiegare le reti etniche per realizzare il loro progetto migratorio che si realizza con l’apertura di un’attività economica».

Si chiama invasione con altri mezzi.

A guardare però la classifica delle nazionalità degli imprenditori che negli ultimi anni sono stati più attivi nel fare affari in Italia spicca il Bangladesh. I titolari bengalesi sono aumentati del 167 per cento dal 2009 a oggi, e del 2,5 solo nell’ultimo anno. In assoluto sono i primi per ritmo di crescita sul lungo periodo, seguiti da pakistani (+140%) e a distanza dai nigeriani (+100%).

Inutile dire che si tratta di imprese tanto per dire, ovvero i micromarket semi-abusivi e il bancone abusivo al mercato.




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