La fake news di Sacko: trasformato dai media da ladro a sindacalista

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Dopo Vox, che dall’inizio e in solitudine ha smentito la fake news del ‘sindacalista’:

Parla uomo che ha ucciso il ‘sindacalista’ ladro maliano: “nessuno deve permettersi di rubare alla mia famiglia”

Anche Italia Oggi denuncia la fake news. Peccato che tutti gli altri giornali insistano sulla bufala. Il che dimostra una cosa: non conta il numero delle voci a dimostrare la veridicità di una notizia.

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A soli cinque giorni dall’assassinio del migrante maliano, Sacko Soumayla (29 anni), a San Calogero, nei pressi di Vibo Valentia, la verità viene a galla. E, nel silenzio generale, prende in contropiede sia il Pd che i giornaloni.

Andiamo a rileggere i titoli cubitali in edicola il 4 giugno, il giorno successivo all’omicidio. La Repubblica: «Ucciso Sacko, il sindacalista dei migranti». Il Corriere della Sera: «Sindacalista immigrato ucciso a colpi di lupara. La pista della vendetta». La Stampa: «Migrante assassinato a fucilate. Difendeva i braccianti sfruttati». E ancora, il giorno dopo, la Repubblica rincarava la dose, introducendo l’elemento razziale: «Un ragazzo nero ucciso non vale una parola dal governo»; componente, che pure, il giorno prima, il Corriere della Sera aveva smentito: «Esclusa la pista xenofoba».

Dal quattro giugno a oggi sono stati versati fiumi di inchiostro sull’omicidio a sfondo razziale, sulla «evidente» ritorsione contro un sindacalista a difesa degli ultimi, sulla palese vendetta della ‘ndrangheta per non si sa bene cosa. I flussi dei social network sono stati conditi dalle tesi più disparate, mentre i talk show cucivano invettive a iosa, senza uno straccio di prova o una pista svelata dagli inquirenti. Rileggiamo.

Il 5 giugno, due giorni dopo l’uccisione di Sacko, Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita, scrive su Twitter: «Il martirio di Soumayla Sacko e il silenzio del governo».

Lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista, commenta: «Soumayla Sacko era un eroe. Assassinato da una fucilata che lo ha colpito in testa da un delinquente razzista, migrante dal Mali, non ha ricevuto l’omaggio funebre del nuovo governo incapace di dire alcunché su un giovane ammazzato in Calabria in un orrendo tiro al bersaglio». E ancora: «Era un eroe perché era un sindacalista dei nuovi schiavi, era l’unico che si occupava di loro in quella terra disgraziata».

Idem con patate, Giuliano Ferrara, che su Il Foglio, sempre il 5 giugno, ha definito Sacko: «Martire perché nero, ucciso da un bianco. Martire perché sindacalista, difensore dei miserabili di San Ferdinando, dalle parti di Rosarno e Gioia Tauro».

La Repubblica, invece, come sempre quando si tratta di Mezzogiorno, si è affidata alla tuttologia di Roberto Saviano, per cui il Sud, alla fine, è tutto uguale: «Il luogo dove è morto Soumayla è l’origine di tutto», scrive. «Sì, il buco nero che in questi anni si è allargato a dismisura e che ha fagocitato la Calabria, e il Sud intero, nell’assenza della politica». Già, ma di quale politica parla lo scrittore di Gomorra? Ma è ovvio! Non del Pd che governa quelle terre da anni, ma del neonato esecutivo: «Il ministro del lavoro, Luigi Di Maio», accusa Saviano, «non ha ancora pronunciato una parola su un attivista che si occupava di condizioni di lavoro, materia che sarebbe di sua competenza. E poi c’è il silenzio dell’onnipresente ministro dell’interno, Matteo Salvini, entrato in parlamento come senatore eletto proprio nel collegio di Rosarno, Calabria, Italia. O forse no, forse Salvini quella terra nemmeno la considera Italia».

Una volta sparato il polpettone mediatico, l’analisi a prescindere dai fatti è proseguita sul piano politico. Tutta sbilanciata a sinistra. Il reggente del Pd, Maurizio Martina, ha lanciato il suo anatema su Twitter, chiedendo all’esecutivo una presa di posizione per un omicidio, evidentemente razziale. O politico. O mafioso. O non si sa per certo, ma va bene lo stesso: «Presidente Conte, metta fine al vergognoso silenzio del governo sulla morte di Sacko», ha vergato.

Su Salvini, invece, si sono abbattuti gli strali ex cathedra dell’ex titolare del Viminale, Marco Minniti (Pd), calabrese anch’egli: «Il ministro dell’interno non deve fare comizi politici perché non può essere di parte. Il governo doveva andare a San Ferdinando per ricordare il sindacalista ucciso Sacko». Anche Minniti ha finito per accreditare la tesi dell’omicidio sindacale.

Quindi è partita la gran cassa contro i silenzi del governo. Anna Rita Leonardi, dirigente del Nazareno, non ha usato mezze misure su Twitter: «Hanno detto che Sacko era clandestino e stava rubando. Falso. Ma qualcuno amante della nuova dottrina Salvini ha pensato bene di ucciderlo».

E Matteo Renzi? Non ha esternato direttamente, ma ha ritwittato un post della senatrice Caterina Biti: «Sacko difendeva i lavoratori sfruttati nei campi. Sacko aveva un altro colore della pelle. Sacko è stato ucciso per questo e c’è un orribile silenzio che va rotto». Infine, a completare il quadro della sinistra, l’invettiva di Nicola Fratoianni di Liberi e Uguali, che sull’Huffington Post ha vergato una missiva a Di Maio: « Sacko probabilmente è stato ucciso perché nero. Ma di certo, è stato ucciso perché sindacalista».

Bene, all’inizio si diceva che a soli cinque giorni dall’assassinio di Sacko, la verità sta emergendo dalla palude delle opinioni. È stata riportata ieri dal Corriere della Sera: non c’entra il razzismo e non c’entra neppure l’attività sindacale del migrante maliano a difesa dei braccianti. E non è stata neppure la ‘ndrangheta a muovere il grilletto. Il sospetto è un agricoltore 43 enne di San Calogero, Antonio Pontoniero, che avrebbe sparato perché considerava l’ex fornace da cui Sacko stava prelevando lamiera «robba sua». Anche se non gli apparteneva. Sua e di suo zio, che di quella vecchia fabbrica un tempo era il custode. Così, la triste vicenda di Sacko, si trasforma in una fake news che muove articolesse e alimenta il circo politico. Cartina di tornasole di uno scollamento, a quanto pare irreversibile, tra realtà e media mainstream. I quali, dopo aver sbagliato, si guardano bene dal tornare con la medesima incisività sui propri passi.




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