A processo 2 anni per avere definito un immigrato “clandestino”

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Ennesima vittima dei magistrati rossi e del loro fanatismo ‘democratico’: due anni per vedersi riconoscere ‘innocente’

Dare del clandestino in modo generico non fa scattare l’aggravante del razzismo. Lo ha deciso, l’8 giugno, il giudice Ivan Borasi che ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di Marvin Di Corcia, attuale consigliere comunale della Lega, accusato di diffamazione con l’aggravante della discriminazione razziale, come previsto dalla Legge Mancino (205 del 1993).

Il pubblico ministero, Giulio Massara, ha chiesto in aula la non punibilità per la tenuità del fatto. II difensore del consigliere comunale, l’avvocato Annalisa Cervini, nella sua arringa ha sottolineato come Di Corcia non aveva, tra l’altro, accusato quel ragazzo senegalese ma aveva genericamente postato su Facebook “guarda quei clandestini che se la spassano”. Nessun commento razzista riferito a razza, religione o etnia o nazionalità, come recita la norma. La vicenda era iniziata nel settembre del 2016, quando il consigliere, in compagnia di alcuni amici, aveva visto un ragazzo africano, di origini senegalesi, sfrecciare su un overboard. Si era ricordato di averlo visto qualche giorno vicino al Petit Hotel – che accoglie diversi richiedenti asilo – e aveva commentato con gli amici quel ragazzo che era sull’overboard. Uno dei ragazzi, compagno di lavoro del giovane, aveva riferito al ragazzo senegalese che la vicenda era finita sul profilo di Di Corcia con quella frase.

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Il giovane, però, decide di querelarlo, facendo partire l’indagine della procura condotta dal pm Emilio Pisante. Di Corcia contatta il ragazzo – che poi ritirerà la querela – e si arriva a una composizione della vicenda con un risarcimento economico. L’indagine, però, prosegue perché l’aggravante del razzismo fa sì che il reato si persegua d’ufficio. Cervini ha sottolineato come Di Corcia non abbia subito riconosciuto quel suo amico. Poi è passata alla parte di diritto. Il termine clandestino era generico e non rivolto a lui e poi è una parola utilizzata largamente sui giornali che non ha un carattere denigratorio. Ma, soprattutto, l’aggravante razziale non esiste: dire in modo generico “guarda quei clandestini” non si riferisce in modo discriminatorio né alla razza, né alla religione né all’etnia né alla nazionalità.

La vicenda aveva avuto eco anche in Consiglio Comunale. La consigliera del Partito Democratico Giulia Piroli aveva sottolineato in aula il guaio giudiziario di Di Corcia, chiedendo al sindaco Patrizia Barbieri di «prendere le distanze». «Ora pretendo le scuse dalla consigliera Giulia Piroli – commenta a caldo il consigliere Di Corcia – per come si era espressa nei miei confronti, giudicandomi prima del tempo. Per quanto riguarda le accuse di discriminazione razziale, tengo a informare la collega Piroli che, questo accanimento nei confronti degli esponenti della Lega su questi temi, li ha portati alla sconfitta alle Amministrative – di cui ricorre il primo anniversario proprio in questi giorni– e la più recente débâcle alle Politiche nazionali. Il Partito Democratico è sprofondato ai minimi storici riuscendo a perdere venti punti percentuali anche per questo atteggiamento verso gli avversari politici che non hanno la loro stessa ideologia. Al contrario, ringrazio i colleghi della maggioranza, in particolare il mio capogruppo Stefano Cavalli e Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, che avevano invitato i colleghi a tenere separate le vicende giudiziarie dal dibattito politico in Consiglio a Palazzo Mercanti».

Siamo oltre la farsa. Un processo durato quasi due anni per l’utilizzo del termine ‘clandestino’. Poi ci si chiede come mai i tribunali non abbiano tempo di condannare spacciatori e stupratori. Non ci interessa che il giudice abbia riconosciuto l’ovvio: il tutto non doveva nemmeno cominciare sulla questione ‘clandestino’ (altra cosa lo scambio di persona che nulla ha a che vedere).

Ma per evitare queste oscenità giuridiche, il Parlamento deve abrogare la famigerata legge Mancino, votata da un parlamento decaduto che era terrorizzato dalle inchieste di Mani Pulite.




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