Bramini è l’ultima vittima del PD: sfrattato per forza nonostante intervento Salvini

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C’hanno provato in tutti i modi i leghisti, addirittura con l’annuncio di una “Legge Bramini”. Ma alla fine gli agenti in tenuta antisommossa, accolti tra i fischi di 300 persone, l’hanno sfrattato. Il governo Gentiloni l’ha sfrattato.

Sergio Bramini, nel tardo pomeriggio di ieri è stato sloggiato dalla sua villa e unica casa, a Monza.

Il caso Bramini occupa le cronache da mesi. Ex imprenditore del settore smaltimento rifiuti con la sua Icom, capace di fatturare 5 milioni di euro all’anno, era stato costretto a fallire nel 2011. Pubbliche amministrazioni del Sud avevano accumulato debiti nei suoi confronti per oltre 4 milioni di euro. Lui, Bramini, pur di non chiudere e lasciare a casa i suoi 32 dipendenti, aveva acceso un mutuo sulla propria casa.

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Tutto inutile. Dopo aver portato i libri in Tribunale, era partita una contestatissima procedura fallimentare. La sua villa (30 stanze, piscina riscaldata coperta, due box, finiture di pregio, taverna) era stata valutata appena un milione e 600mila euro. Ed era stata messa all’asta a 667mila euro. Prima asta deserta e valore sceso di un altro 25% a 500mila euro. Inutili nel frattempo i tanti ricorsi presentati da Bramini. Finché il giudice fallimentare ha chiesto lo sloggio immediato dalla villa, saltato una prima volta ad aprile dopo il sit-in di protesta. Ieri l’epilogo.

Inutili le mosse della disperazione del senatore grillino Gianmarco Corbetta e del deputato leghista Andrea Crippa, che hanno eletto a proprio ufficio politico la casa di Bramini. I magistrati si sono opposti, contestato il comportamento degli eletti e persino la «pressione mediatica».

L’ultima giornata è stata convulsa. Alle 11 Salvini ha annunciato, come già il suo collega Di Maio la sera prima, che «lo Stato non può continuare a non pagare i suoi debiti e al Governo metterò mano alle esecuzioni immobiliari, alle aste che premiano gli amici degli amici. E al prossimo ministro dell’Interno chiederò di usare le forze di polizia per altri compiti più importanti».

Ma c’è ancora un altro ministro al governo. E allora nulla ha potuto Salvini. Nulla hanno potuto coloro che si sono opposti.

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Poi l’ultima trattativa con il curatore fallimentare. «Non c’è soluzione», ha però annunciato sconsolato Bramini alle 15.14: «Il curatore fallimentare non ha accettato il nostro assegno, ma io non esco». Le 300 persone assiepate nel giardino e nella casa dell’imprenditore sono esplose. Urla, fischi, l’Inno d’Italia cantato a squarciagola da oltre trecento persone. Bramini e alcuni sostenitori si sono legati con un lenzuolo. Diversi politici si sono seduti sul loggiato. Il deputato del M5S Daniele Pesco si è barricato in casa. Ma alle 18.20 Bramini è uscito sulla sua Fiat 500 con la moglie: «Non mi piego, mi devono spezzare», ha promesso.




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