Ha ucciso una donna italiana per strada, vogliono scarcerarlo

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“Ogni volta che sentiamo parlare di scarcerazione è subito angoscia”. A parlare è Monica, una delle due figlie di Alma Matulli, la 78enne di Lugo uccisa a settembre da un immigrato:

Aggredita e scippata da migrante, muore dopo quattro mesi di agonia

Mercoledì si è svolta l’udienza preliminare. “In Italia esistono leggi a dir poco curiose, – spiega la figlia – Manca completamente una certezza della pena. Nel caso di mia madre, inoltre, essendo nulla tenente e senza lavoro siamo noi contribuenti, noi figlie di Alma, a pagare la difesa tecnica di colui che è imputato per l’uccisione di nostra madre. Sì, perché la legge italiana impone di avere una difesa tecnica – su questo non si discute – ma sappiamo anche che questa difesa tecnica, qualora impossibilitato a pagartela da solo, ti viene fornita attraverso il patrocinio a spese dello Stato. E’ una legge giusta? Non lo so, so solo che è frustrante”.

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“Ci sono momenti in cui sono molto combattuta sul se proseguire in questa sorta di ‘battaglia legale’ o se arrendermi e abbandonare tutto, lasciando che la giustizia faccia il suo corso senza la mia partecipazione al processo. In quest’ultimo caso potrei cercare quanto meno un po’ di pace interiore. Non che uscendo dalla vicenda processuale si smetta di soffrire per la perdita di un congiunto, questo è evidente, ma almeno ci si può risparmiare di leggere i relativi atti di causa e ricadere ogni volta nel turbinio della disperazione. È un loop continuo, una ferita che non si rimargina mai. Purtroppo l’Italia inizia a generarmi un senso di delusione mista ad avversione, perché non esistono tutele reali. Lavoro da quando avevo 19 anni, ho sempre pagato le tasse regolarmente e nel mio piccolo faccio tutto ciò che devo, e quali tutele ci vengono garantite? Viviamo in un Paese in cui il singolo cittadino è abbandonato a se stesso, a lottare contro i delinquenti ma soprattutto contro burocrazia e leggi inadeguate. Non sono mai stata razzista e non lo sono nemmeno ora, ma ammetto che qualche giorno fa, dopo l’ennesima istanza di scarcerazione, quando ho incrociato un ragazzo con le caratteristiche simili a quelle dell’imputato ho esitato. E questo non mi piace, non voglio essere così e non voglio che ciò condizioni il mio modo di essere. Unico motivo per cui vado avanti? La speranza di riuscire a risparmiare ad altri la sorte che è capitata a noi. Ma soprattutto la speranza di non veder vanificato il lavoro delle forze dell’ordine, che non smetterò mai di ringraziare per la grande vicinanza dimostrataci. Prima o poi qualcosa dovrà cambiare”.




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