Giornalisti ammettono di minimizzare e nascondere crimini immigrati

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Il 60% dei tedeschi non crede a quello che legge sui media ufficiali. E lo Spiegel, uno dei giornali tedeschi più importanti fa autocritica, ammettendo la perdita di credibilità per assecondare l’invasione.

Artus Krohn-Grimberghe, 37 anni, non legge più da tempo la Frankfurter Allgemeine, quello che un tempo sarebbe stato definito come uno dei più autorevoli quotidiani d’Europa, da cinque anni ha disdetto l’abbonamento allo Spiegel, e confessa di seguire molto di rado il Tagesschau, il telegiornale. Un qualunquista? No, è un giovane professore all’Università di Paderborn e insegna Analystiche Informations system und Business Intelligence, non occorre tradurre. Uno specialista, un addetto ai lavori. «Sono stufo, invece di informarmi, tutti cercano di spiegarmi cosa dovrei pensare», dichiara.

Il sondaggio è stato compiuto dall’Istituto Gutenberg dell’Università di Magonza. Alla domanda «i media hanno perso il contatto con la gente?», il 18% risponde di sì, il 34 è d’accordo in parte, il 45 risponde di no. Una percentuale soddisfacente? Ma anni fa la fiducia nei media era sopra il 70%. Alla domanda «la mia percezione di quanto avviene è diversa da quanto viene riferito dai media?», il 36% è d’accordo, il 35 in parte, e solo il 26 risponde di no. Poi è arrivata l’ondate di clandestini, spacciati come profughi. E con loro gli stupri e le violenze. E i media sono diventati il megafono del qualunquismo di governo: mentire, nascondere e non informare. O la gente potrebbe capire.

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La stampa cerca di assecondare i politici, invece di riferire i fatti. Inevitabile, riconosce Krohn-Grimberghe, che ognuno interpreti gli avvenimenti secondo le sue idee, ma non si dovrebbe manipolare quanto avviene, o addirittura censurarlo. Invece è stato Colonia, con settimana di embargo sui media ufficiali, fino a che i siti indipendenti riuscirono a disseppellire la notizia.

Il 27 dicembre a Kandel, 10 mila abitanti nel Palatinato, una quindicenne è stata uccisa a pugnalate da un profugo afgano di 17 anni, accolto a casa dai genitori. Il telegiornale non ne ha parlato, poi per rispondere alle proteste di chi si informava su siti indipendenti, con la giustificazione che non si parla di fatti di cronaca. Soprattutto quando mettono in cattiva luce i figli di Mama Merkel.

A Kandel si è accertato che l’afgano non è minorenne ma ha almeno 22 anni (37 mila sono i profughi minorenni ma almeno un quarto mente sull’età, e non viene controllato) e quasi ogni week end nella cittadina avvengono manifestazioni di estremisti contro la politica dell’accoglienza. Solo un esempio. Si preferisce non riferire fatti che potrebbero far aumentare il consenso dei movimenti populisti. Lo Spiegel nell’articolo dà ampio risalto alla protesta di un lettore, Hartmut Richter, 67 anni, che spiega perché non compra più il settimanale. Un redattore è andato a trovarlo, abita a Sergen, 400 abitanti, nella ex Germania Est, dove non è stato accolto neanche un profugo. Perché gli abitanti sono razzisti? «A Sergen non abbiamo un medico, non abbiamo un negozio di alimentari, non c’è un’osteria, e internet è lentissimo. Per un profugo condizioni di vita inaccettabili», spiega ironico Richter, «hanno ragione, ma nessuno si preoccupa di noi tedeschi che viviamo qui».

I media dovrebbero raccontare, informare, riportare i fatti e le varie versioni, invece di impartire lezioni, o accusare di razzismo, populismo, comunismo chi non segue la linea di pensiero dettata da governo e milieu intellettuale. Invece non danno le notizie. E accusano di ‘fake news’ chi le dà.




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