Israele: la democrazia non sopravvive alla società muletietnica

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La “Marcia del Grande Ritorno” da Gaza verso le frontiere di Israele è un attacco alla democrazia etnica israeliana. Lì, in Palestina, si confrontano due idee di mondo: quella ebraica dello Stato etnico e quella teocratica dell’ala palestinese della Fratellanza musulmana.

Israele è ciò che erano le nazioni europee prima della Grande Sostituzione: uno Stato etnico. E lo è con orgoglio. Non fa nulla per nascondere questa identità.

Gaza ospita due milioni di persone, la gran parte dei quali figli, nipoti e pronipoti di ‘profughi’ delle guerre arabo-israeliane che vogliono tornare in quello che oggi è Israele. Il loro eventuale ritorno renderebbe la democrazia israeliana di fatto impossibile, perché farebbe pendere la demografia dello Stato verso la parità etnica tra Ebrei e Arabi. E la democrazia non sopravvive alla fine dell’omogeneità etnica. Giù oggi il 20% della popolazione d’Israele è araba. Una soglia limite oltre la quale il funzionamento democratico è impossibile: oltre, dovrebbero chiamare il bluff e togliere la cittadinanza agli arabi.

Del resto, che Israele sia uno Stato etnico è evidente a tutti: atterrando all’aeroporto di Ben Gurion nessuno può dubitare di arrivare nello stato degli ebrei: la bandiera, lo stemma nazionale, i soldati, la gente, la lingua, le pubblicità e le insegne stradali. Salendo verso Gerusalemme su questi ultimi il nome della città è scritto in tre lingue: ma quella in arabo non dice al-Quds, il nome arabo della città. Vi è scritto Yerushalayim in caratteri arabi. Israele è uno Stato ebraico, che garantisce i diritti individuali agli arabi e alle altre etnie residenti in Israle, ma può farlo solo fino a che la demografia glielo permette.

In questo senso è molto simile a quello che sta avvenendo in Europa. Non potremmo permetterci a lungo la democrazia, se non mettiamo fine al processo di sostituzione etnica. In Belgio, Inghilterra e Francia la situazione è già vicina la punto di non ritorno:

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Il punto dopo il quale o si cacciano gli islamici o si toglie loro la cittadinanza. Oppure si sospende la democrazia.

Tra settembre e ottobre ad ogni Rosh Ha-Shanah, il capodanno ebraico, gli israeliani si contano: quanti vivono in Israele, quanti askenaziti e sefarditi, quanti sono e dove vivono gli ebrei della diaspora. Perché la demografia è l’unica cosa che conta quando sei sotto assedio. Conta ‘noi’ e ‘loro’.

A maggio Israele compirà Settant’anni e sarà un’altra occasione per contarsi. Un numero tuttavia, decisivo per il futuro di Eretz Israel, è già stato presentato a fine marzo alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset. Lo ha illustrato l’Amministrazione civile, cioè i militari che regolano il governo nei territori occupati. Fra il Mediterraneo e il fiume Giordano (Israele più territori occupati) ebrei e arabi sono già demograficamente alla pari: 6,5 milioni i primi e 6,5 i secondi. E non si tiene conto dei due milioni di palestinesi a Gaza. Presto gli arabi saranno più numerosi degli ebrei.

Per poter continuare a sopravvivere come Stato ebraico (etnico) l’attuale governo di destra ha le idee chiare: ai palestinesi che stanno per diventare maggioranza (non in Israele ma compresi i territori occupati), saranno concesse le libertà individuali ma non quelle civili. Un po’ come avveniva in Sudafrica ai tempi dell’Apartheid tanto vituperata e che, invece, era solo un modo di sopravvivere come popolo.

Perché l’unica forma di democrazia possibile è quella etnica. La democrazia non sopravvive alla società multietnica. Soprattutto quando le differenze sono tali da rendere una sintesi impossibile. Con l’islam è così. Israele ci mostra la strada: diritti individuali ma non politici agli immigrati. Ma noi abbiamo anche un’altra strada: non farli venire e rimpatriarli.




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