Stazione spaziale cinese in caduta verso Italia: “Rischi limitati”

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Possibili detriti della stazione Spaziale Cinese “Tiangong 1” ormai fuori controllo da tempo ed in graduale avvicinamento all’atmosfera terrestre potrebbero raggiungere la Terra tra il 28 marzo e il 4 aprile

“Gli eventuali frammenti della “Tiangong 1″ che resisteranno all’attrito con l’atmosfera cadranno nella zona all’interno della fascia -44°S e +44°N di latitudine – viene specificato dalla Protezione Civile nazionale -. L’area è molto ampia e costituita in gran parte da oceani e deserti, ma il raggio di impatto include anche zone di Stati Uniti, Brasile, India, Cina e Italia”.

“La parte d’Italia interessata è quella centro-meridionale, che parte più o meno dall’Emilia Romagna e va verso il sud – viene specificato -. L’Italia è coinvolta nel monitoraggio attraverso l’Agenzia spaziale italiana (Asi). Il compito di Asi è tenere sotto controllo attraverso radar e telescopi il decadimento della stazione e per far questo ha coinvolto il proprio Centro di Geodesia Spaziale di Matera”. “Il ritorno della stazione, lanciata dal centro di Jiuquan il 30 settembre 2011, sarebbe dovuto avvenire in modo controllato nell’Oceano Pacifico, ma nel marzo 2016 una lenta e progressiva discesa della stazione in modo – viene spiegato dalla Protezione Civile -. Il ritorno sulla Terra della Tiangong 1 è comunque monitorato da diversi sensori di osservazione nel suo percorso orbitale che registrano la posizione ed il tasso di decadimento”.

“A causa della complessità dell’interazione fra la stazione spaziale e l’atmosfera terrestre, solo nelle ultimissime fasi del rientro si potranno definire meglio la data e le parti del globo terrestre coinvolte – viene aggiunto -. “Tiangong 1” è stata pensata come laboratorio e stazione sperimentale per l’attracco di varie navette Shenzhou, che effettivamente l’hanno visitata tre volte, due delle quali in missioni “abitate dagli astronauti”. La massa complessiva al lancio di 8500 chili, incluso il propellente, si è progressivamente ridotta in quanto la vita operativa pianificata inizialmente in due anni è stata ampiamente superata e una gran quantità di carburante è stato consumato per sostenere l’orbita e le condizioni di abitabilità all’interno del modulo. Si stima che la parte di propellente residuo che avrebbe permesso il previsto rientro controllato nell’Oceano Pacifico sia ancora a bordo”.

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La Protezione Civile ricorda che “eventi di questo tipo e casi reali di impatto sulla Terra, e in particolare sulla terraferma, sono assai rari. Pertanto non esistono comportamenti di autotutela codificati in ambito internazionale da adottare a fronte di questa tipologia di eventi”.




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