Birmania, basi militari nei villaggi islamici: per vigilare che i 600mila espulsi non tornino

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Prima, con un successo senza precedenti che nega alla radice l’idea che l’immigrazione sia una strada da cui non è possibile tornare indietro, hanno espulso più di 600mila musulmani rohingya verso la loro terra di origine, il Bangladesh, in pochi mesi.

L’espulsione di massa dopo le violenze islamiche nello stato birmano del Rakhine, che confina con il Bangladesh. La dimostrazione che dall’immigrazione si può sempre tornare indietro. Non solo chiudendo le porte, ma anche espellendo chi già è entrato. Non importa quando. Ovviamente sarebbe meglio farlo in modo ordinato e prima di arrivare alle violenze che, prima o poi, i musulmani causano ovunque.

E prima o poi arriverà un governo ‘buddhista’ anche in Italia. E allora vedremo barconi partire verso la Libia. Meglio prima che poi.

Ora, per vigilare che non tornino, al posto dei villaggi in cui prima abitavano i musulmani rohingya, l’esercito birmano starebbe costruendo delle basi militari. A supporto di questa tesi immagini satellitari che mostrerebbero posti di blocco e nuovi eliporto ed edifici in almeno tre villaggi nello stato di Rakhine, laddove un tempo sorgevano le case di questa popolazione non autoctona.

Intanto è da notare che mentre noi diamo asilo ai bengalesi che poi stuprano le turiste finlandesi a Roma, il Bangladesh è in grado di accogliere veri profughi. Perché non ci sono guerre in Bangladesh, tranne quelle inventate dai funzionari corrotti del governo PD.

Aung San Suu Kyi dimostra che essere pacifici non significa essere idioti. E che alle stragi islamiche si può rispondere in un solo modo che sia duraturo: espellendoli tutti o quasi. Non c’è alternativa. Altrimenti la pace sarà solo una pausa tra due guerre.

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L’esercito birmano ha reagito agli attacchi dei terroristi islamici risolvendo il problema alla radice. Noi, in Europa, preferiamo continuare a subire stragi e non comprendere che il problema è demografico, e non di ordine pubblico.

I Rohingya sono ex immigrati bengalesi imposti in Birmania dal dominio britannico a partire dal 1871. Dopo un paio di secoli di intervalli tra pace e violenza, inevitabili quando sullo stesso territorio convivono etnie differenti, i buddhisti hanno deciso che era tempo di avere una lunga pace. E la pace la ottieni con la separazione etnica.

BIRMANIA

Quest’ultima crisi è iniziata con il brutale stupro di una donna buddhista da parte di musulmani nel 2013. Poi monaci bruciati vivi:

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E, infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il massacro di 72 buddhisti prima del 25 agosto.

Quando una donna come Sun Suu Kyi rifiuta di condannare gli atti dei suoi concittadini contro i ‘migranti islamici’, ci deve essere un motivo. E non si capisce perché, se gli altri li cacciano per i loro ‘comportamenti’, noi li si debba ‘accogliere’, se non per farci del male.




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