Tassa sugli insetti scatena guerra razziale a casa Kyenge

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In Europa gli insetti ce li vogliono mettere in tavola, perché se i cinesi iniziano a mangiare carne in massa, non ce ne sarà per tutti. Per farvela ingoiare la chiamano «novel food» (scorpioni, grilli, lombrichi).

In Asia e Sudamerica fanno, invece, parte da anni della dieta alimentare di milioni di persone. In Africa, dove come insegna il caso dei cani arrostiti dai profughi, non vanno tanto per il sottile, e sono considerati quindi una leccornia, tanto da uccidersi per il controllo della raccolta e della vendita.

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A casa Kyenge, nel Tanganyika, Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo, l’entomofagia è di casa. Fritti, bolliti, essiccati in salsa di pomodoro, i lombrichi vengono mangiati da milioni di congolesi, sia nelle zone rurali del Paese, che nei ristoranti chic della capitale Kinshasa.

Razzismo africano e società multietnica – La posta in palio è alta. Lo hanno capito i Luba, etnia bantu che vive nella regione del Tanganyika, decisi ad arricchirsi con il minimo sforzo. «Raccogli vermi fin da piccolo e da grande sarai ricco» dice un proverbio locale. Ma non sono i soli. Nella stessa area vivono i Twa, pigmei: è la perenne guerra razziale in Africa tra bantù e pigmei, che sono gli ultimi resti dei cacciatori raccoglitori che un tempo popolavano l’Africa. Prima del genocidio praticato dai Bantù.

Dal paese della Kyenge: dove si mangiano i Pigmei per razzismo, quello vero

In passato, oltre a mangiarne, vendevano ai Luba parte di quello che rimaneva per guadagnare qualcosa. Fino a quando, l’etnia bantu, ha deciso di imporre la «Caterpillar (lombrico in inglese) tax», un’imposta illegale sul territorio, che costringe i pigmei a dare una percentuale della vendita ai bantu. C’è da dire che tra le due etnie non è mai corso buon sangue, così, i Luba, che considerano i pigmei invasori della loro terra, hanno deciso unilateralmente che non si possono permettere di mangiare e vendere lombrichi senza pagare dazio.

Una decisione che ha portato allo scontro totale ed alle prime vittime. Dal 2016 ad oggi i morti sarebbero almeno 250 senza contare le migliaia di persone in fuga dalle proprie case.

Il mancato intervento ha trasformato una disputa in una vera e propria guerra e delle più crudeli, come spesso avviene a queste latitudini d’Africa. Dove il razzismo africano incontra le differenze razziali. Due esattori bantu sarebbero stati trafitti dalle frecce avvelenate dei pigmei. Immediata la rappresaglia dei Luba che hanno attaccato ed incendiato numerosi villaggi. Decine di persone sono state fatte a pezzi con asce e machete. Una scia di sangue proseguita con assalti e imboscate in una serie infinita di ritorsioni reciproche che hanno portato il bilancio delle vittime a crescere giorno dopo giorno.

«Ero nella capanna assieme ai miei due figli quando ho sentito urlare mio marito: “scappa, scappa!”. Ho capito subito cosa stava succedendo, così ho preso i bambini e sono fuggita nella foresta. Da lì ho visto degli uomini con indosso amuleti circondare mio marito, hanno infierito più volte su di lui fino a tagliargli i genitali e a farlo a pezzi» ha raccontato una donna pigmea a Human Rights Watch, una delle poche organizzazioni impegnate a documentare le violenze che stanno sconvolgendo il Tanganyika.

Una regione già al collasso per le migliaia di sfollati che, negli ultimi anni, ha dovuto accogliere dal Nord e Sud Kivu, dove si è combattuta tra il 1998 e il 2003 la «Seconda guerra del Congo», una conflitto che ha causato 6 milioni di morti.

Questa è casa Kyenge. E lei, invece di tornare a casa e cercare di incivilire i suoi, viene qui a pontificare da noi, che siamo la culla della civiltà. Torna a casa, Kyenge.

Ps. Avrete notato che l’unico Paese in guerra africano, il Congo, non genera profughi sui barconi. Per un semplice motivo: chi scappa dalla guerra si ferma nel posto più vicino, per poi tornare a casa. Solo i clandestini salgono sui barconi.




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