Studio: più sei intollerante ai cattivi odori più sei di destra

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Uno studio ha rilevato che più una persona è intollerante all’odore corporeo e delle urine più è probabile che sia politicamente di destra e abbia tra le proprie priorità quella di rendere sicuri i confini nazionali.

Le ricerche condotte dall’Università di Stoccolma, in Svezia, hanno anche scoperto che le persone di sinistra sarebbero meno disgustate da una cattiva igiene personale.

Gli psicologi credono che rappresenti un “meccanismo di difesa” profondamente radicato contro le malattie contagiose.

In effetti, un documento della Royal Society ha proposto nel 2011 che il disgusto “si è evoluto per evitare le malattie infettive”.

L’autore dello studio, il dott. Jonas Olofsson, ha dichiarato: “C’è una solida connessione tra quanto forte qualcuno è disgustato dai cattivi odori e il loro desiderio di ordine sociale’.
“Questo tipo di società riduce i contatti tra i diversi gruppi e, almeno in teoria, riduce la possibilità di ammalarsi”.

I ricercatori teorizzano una correlazione tra il modo in cui i soggetti testati pensano politicamente e il livello di disgusto per l’alito cattivo, i piedi maleodoranti, l’urina, le feci, il sudore e la flatulenza.

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Il documento, pubblicato sulla rivista scientifica della Royal Society, spiega anche che in un ulteriore esperimento coloro che hanno espresso una maggiore avversione per i cattivi odori avevano più probabilità di sostenere Donald Trump di Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il “disgusto”, o meglio la “tolleranza che si ha rispetto a ciò che non ci piace” è, come la paura, un elemento fondamentale della nostra evoluzione: anzi, è stato l’elemento decisivo nella nostra cavalcata evolutiva.

Senza la paura e “l’intolleranza”, soprattutto quest’ultima caratteristica fondamentale dell’Homo Sapiens, non saremmo mai sopravvissuti all’ambiente ancestrale dei nostri progenitori: è logico supporre che la pressione evolutiva abbia “eliminato” quelli tra i nostri antenati che erano meno capaci di riconoscere i pericoli dell’ambiente circostante, quelli che oggi definiremmo di “più ampie vedute”. I più accoglienti verso individui esterni.

L’essere vivente infatti si “eterna” nell’eredità genetica che passa ai propri discendenti, ed è per questo che è naturale privilegiare i propri figli rispetto ai figli degli altri e, in misura concentrica, chi ha con noi una condivisione genetica rispetto a chi, invece, non ne ha alcuna. Per questo è non solo naturale, ma vantaggiosa in termini evolutivi, la preferenza etnica nelle scelte. Aiutare chi condivide parte del nostro patrimonio genetico (termine scientificamente non preciso ma rende l’idea), facilitarne la sopravvivenza rispetto al “diverso”, permette ai nostri geni di sopravviverci, e a noi di non scomparire nell’oblio.

La xenofilia è infatti una malattia prettamente moderna, e profondamente innaturale , frutto di una perversione della psicologia umana: una sorta di transfer che trasferisce il “senso di colpa” ancestrale, nell’odio verso se stessi e quindi, nel “desiderio” di autoannientamento di sé e della propria progenie. Nonché, nel sentimento masochista tipico del cuckold si “facilitare la progenie altrui”.

Non è quindi strano che chi è meno tollerante ai cattivi odori sia più di ‘destra’ rispetto a chi è più aperto a subire i puzzi altrui. Questo al netto dei radical chic che sono aperti con il culo degli altri.

Tutto questo, fa dell’etnonazionalismo l’unica teoria politica che affonda le proprie radici nella natura stessa dell’esistenza e l’unico comportamento biologicamente retto. A differenza del nazionalismo culturale che si basa su mere preferenze storiche e quindi “temporanee”, l’etnonazionalismo è, infatti, ontologicamente parte della natura. Quindi immutabile.

Dal punto di vista evolutivo è semmai sorprendente l’esistenza attuale della xenofilia come tendenza umana. Lo è per quello che abbiamo detto prima, la “xenofilia” essendo “biologicamente svantaggiosa” non sarebbe dovuta sopravvivere come eredità genetica.




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