Profugo congolese pronto alla strage: “Marciamo con la benedizione di Allah”

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“Marciamo con la benedizione di Allah, contro i piani e le strategie dei romani”. Il testo dei messaggi intercettati sui social Telegram e Viber è uno degli elementi di prova a sostegno dell’accusa di terrorismo internazionale islamico, mossa nei confronti di un profugo congolose ospite del centro di Restinco, alle porte di Brindisi.

Nkanga Lutumba, 28 anni, venne fermato il 2 febbraio 2017, è ritenuto uno dei componenti di una cellula di ISIS in Italia. Arrivata con i barconi. Tanto per gradire.

Una cellula in collegamento anche con l’attentatore di Berlino, autore della strage ai mercatini di Natale del 19 dicembre 2016. Quell’Anis Amri sbarcato anche lui da un barcone a Lampedusa e poi ucciso a Sesto San Giovanni il 22 dicembre dagli agenti italiani. Il collegamento con l’attentatore è stato ricostruito con riferimento alla posizione di un marocchino di 23 anni, Soufiane Amri, già espulso dall’Italia. Un immigrato di seconda generazione nato a Berlino. Tedesco per ius soli.

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Secondo l’accusa, il congolose “trasferiva in Turchia denaro e dati per la realizzazione di documenti falsi per rendere sicura la circolazione transnazionale di sodali ricercati”. Che tradotto significa che gestiva un traffico di terroristi islamici di ISIS travestiti da profughi.

Nel decreto di fermo si legge che “il viaggio attraverso l’Italia” serviva per “compiere attentati”. E che Lutumba ha assunto “comportamenti individuali anticipatori e prodromi al martirio”. In questa ottica, sarebbero state lette dagli inquirenti la ricerca di sposa islamica e la messa in vendita in vendita una casa a Berlino per finanziare una moschea vicina agli estremisti.

Le indagini hanno avuto inizio il 5 dicembre di due anni fa, quando gli agenti della questura di Ancona fecero irruzione in un hotel del capoluogo dove era stata segnalata la presenza di Soufiane Amri, nato a Berlino, destinatario di una segnalazione del 13 settembre 2016 emessa dall’Autorità Tedesca in cui lo stesso veniva indicato come un possibile “foreign fighter”.

“Nel corso dell’intervento si accertava che unitamente ad Amri alloggiava il cittadino congolese Nkanga Lutumba nei confronti del quale, accertata la sua illegale presenza sul territorio dello Stato, veniva emesso decreto di espulsione da parte del Prefetto di Ancona con consequenziale trasferimento nel Cie di Brindisi/Restinco in attesa della disponibilità di un vettore aereo”, ha scritto il pm. Sembrava solo un clandestino, per questo venne spedito nel centro di identificazione di Brindisi, in attesa di espulsione.

La mattina della vigilia di Natale di quello stesso anno, il personale della Digos di Brindisi, cui nel frattempo era stata segnalata una relazione esistente su facebook tra Soufiane Amri e Anis Amri, l’attentatore di Berlino, eseguì una serie di accertamenti nei confronti di Lutumba, con sequestro di numerosi supporti elettronici. Gli agenti scoprirono che i tre cellulari che il congolose aveva “contenevano proclami che inneggiavano a colpire gli infedeli e video sanguinari ricevuti direttamente dall’agenzia di propaganda Amaq dello Stato Islamico”. Lutumba avrebbe avuto una rete segreta di comunicazione con l’altra cellula partita da Berlino lungo la rotta balcanica via Telegram e Viber: “Adesso fai attenzione veramente, andate da dietro, così che nessuno vi noti. Credimi questi vi stanno alle costole”. Queste sono alcune delle comunicazioni intercettate dall’antiterrorismo.

“Emergeva l’esistenza di una serie di contatti tra Lutumba e altri soggetti di particolare interesse investigativo”, si legge nelle carte del processo. “Inoltre, era chiara l’adesione di Lutumba all’Isis e la sua messa a disposizione della predetta organizzazione terroristica culminata nel suo trasferimento verso i territori occupati dalla stessa”.

I contatti con la moschea – Successivamente al fermo di Lutumba lo scambio di informazioni con le autorità tedesche ha consentito l’acquisizione di importanti elementi di prova a carico del congolose, sino ad arrivare al 31 gennaio 2017 al “fermo di Soufiane Amri e altre quattro persone tutte gravitanti, come Lutumba e il noto Anis Amri, attorno la moschea Masjid At Tawbah, in Perlenberger, 14, “Fussilet 33”, meglio conosciuta come la moschea di Moabit”.




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