Barilla cuoce a novanta gradi, adesione a setta Lgbt dell’Onu

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Nel 2013 Guido Barilla, presidente dell’azienda omonima, in una trasmissione radiofonica dichiarò che il posizionamento dei prodotti Barilla mal si conciliava con possibili spot in cui fossero presenti persone e pseudo famiglie omosessuali. Venne messo alla gogna. Da allora il processo di rieducazione maoista al credo Lgbt dell’azienda non ha conosciuto battute d’arresto.

Ora, Barilla cuoce a novanta gradi

A testimonianza degli impegni concreti Barilla ha ottenuto nel 2017, per il quarto anno consecutivo, il punteggio del 100% nel ‘Corporate Equality Index’, un sistema di confronto sulle attività aziendali rivolte a dipendenti lesbiche, gay, bisessuali e transessuali sviluppato da Human Rights Campaign” che è la più influente agenzia di diffusione del pensiero Lgbt a livello mondiale.

E poi si aggiunge: “A ulteriore riprova dell’impegno di Barilla verso le comunità Lgbti nel mondo, l’azienda ha creato un comitato chiamato Voce in cinque nazioni (Usa, Brasile, Francia, Italia, Turchia) per discutere le tematiche Lgbti. Nel 2017 Claudio Colzani, amministratore delegato del Gruppo Barilla, si è unito ad altri 270 Ceo per firmare il Ceo Action for D&I pledge impegnandosi per promuovere la diversità e inclusione sul posto di lavoro”.

Kristen Anderson, Chief Diversity Officer di Barilla, ha inoltre affermato che “in Barilla siamo più impegnati che mai a rendere l’azienda un luogo aperto a inclusione e diversità, che offra le stesse opportunità per noi lavoratori e consideri le differenze individuali come un punto di forza, il contributo che ognuno di noi può dare al nostro modo di fare impresa ‘Buono per te, Buono per il Pianeta’”.

Come se non bastasse Barilla sarà la prima azienda italiana ad aderire agli Standards of Conduct for Business dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Ohchr) che formalmente mirano a combattere le discriminazioni sui luoghi di lavoro per le persone Lgbt, ma sostanzialmente invece sono un’arma contro la libertà di pensiero e di religione. Fanno parte di questa iniziativa già 51 aziende nel mondo del calibro di Google, Ikea, Microsoft e Vodafone. L’adesione è stata annunciata ieri, venerdì 26 gennaio, addirittura a Davos, al World Economic Forum Annual Meeting, durante il Forum ‘Free and Equal’ al quale ha partecipato l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein.

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L’adesione a simili protocolli proposti da importanti agenzie internazionali non è in realtà solo motivata dal timore di perdere clienti o dalla preoccupazione di offrire un’immagine dell’azienda inclusiva e al passo con i tempi, bensì appare sempre più come il doveroso ingresso in una specie di confraternita o setta il cui spettro d’azione è globale – vedi l’annuncio dell’adesione di Barilla agli Standards data a Davos – e che vuole diffondere un certo mainstream antropologico. Insomma non è questione solo di affari privati, ma il fatto che tali iniziative siano promosse addirittura dall’ONU fa comprendere che dietro di esse c’è qualcosa di molto più grosso che combattere presunte discriminazioni. L’obiettivo vero è imporre alle grandi aziende che influiscono sui comportamenti delle persone – tutti i grandi brand sono life styler che piaccia o meno – di stringere un patto di sangue tra loro stesse e gli organismi internazionali per orientare le coscienze. Il ricatto fa leva su un principio semplice semplice: se non sei nel club dei potenti, infangheremo la tua immagine come è accaduto a Barilla. In tale prospettiva la discriminazione delle persone omosessuali appare solo un mero pretesto.




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