L’invasione dei minimarket bengalesi: terrorismo, Camorra e clandestini

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Roma, gli agenti della Divisione Polizia Amministrativa hanno effettuato un controllo presso un minimarket ubicato nella zona del Pigneto, gestito da un cittadino bengalese di 43 anni. Durante le verifiche, i poliziotti, all’interno di un frigo congelatore, hanno rinvenuto alcune confezioni contenenti pesce surgelato ormai scaduto da diverso tempo, pronte per la vendita al minuto.

Nello stesso congelatore, mantenuto in pessime condizioni igieniche e maleodorante, tra i vari alimenti erano presenti numerose blatte di diverse dimensioni, motivo per il quale tali alimenti sono stati sequestrati.

Una delle tante notizie di minimarket bengalesi dove ufficialmente si vendono prodotti normali, ma in realtà si vendono blatte. La qualcosa ci dà modo di parlare di questa invasione di minimarket che è un tumore che si estende in modo tentacolare. Soprattutto a Roma.

Di questo, ovviamente, dobbiamo ringraziare la liberalizzazione delle licenze voluta da Bersani e Prodi. L’obiettivo era mettere sul lastrico i piccoli commercianti italiani, e ci sono riusciti.

In queste tane si vende di tutto, dal latte alle merendine, fino a dentifrici e detergenti per cucine e pavimenti. La qualità è quella descritta in alto.

Ma vendono, soprattutto, alcolici che, secondo Confcommercio, costituiscono il 60% dell’incasso notturno di attività che non conoscono orario. Non dovrebbero venderli ai minorenni, ma lo fanno, anche se sono musulmani. Anzi, soprattutto per questo: è permesso farlo per danneggiare gli infedeli.

Secondo la Camera di Commercio di Roma sono oltre 13mila sono gestiti da bengalesi. I quali controllano, rivela Confesercenti, anche il 22,7% dei «minimarket» in Italia. L’Italia che era il Paese dei piccoli commercianti al dettaglio stritolati da grande distribuzione da una parte e immigrati-schiavi dall’altra.

L’approdo Nel retrobottega storie che partono da lontano. In apparenza la ragione sociale è vendere, in realtà lo scopo principale è un altro. È un hub di accoglienza, dove il permesso di soggiorno per motivi di lavoro è garantito. E con esso la possibilità di restare nel nostro Paese a chi arriva sui barconi, dove i migranti bengalesi sono i più numerosi dopo quelli dalla Nigeria. Ciò che serve per restare è un contratto a tempo determinato. Il risultato è che oltre la metà dei cittadini bengalesi regolarmente presenti in Italia è titolare di un permesso di lungo periodo. A fronte di tanto lavoro però i soldi non restano in Italia: solo nel 2015 sono stati inviati in Bangladesh 435,3 milioni, il 97% in più rispetto al 2010. A differenza degli altri stranieri, gli affari dei bengalesi non conoscono crisi: mentre le rimesse dirette verso altri Paesi non comunitari diminuiscono del 22%, quelle verso il Bangladesh sono in aumento. Insieme alle presenze in Italia, da 91mila nel 2010, a 142mila nel 2016 (+ 55,7%).

Abdullah ha un minimarket in via Labicana. Sembra sia il proprietario. Non solo di questo, ne ha altri. In ognuno lavorano massimo tre persone. «Non ho mai assunto un dipendente che non fosse mio compaesano, persone che conosco da sempre, con cui sono cresciuto, che non stanno a guardare le 8 ore del contratto ma restano qui fino alla mezzanotte, anche le 2. In cambio gli do la possibilità di restare in Italia e rinnovare il permesso di soggiorno». Ma quante ore lavorano al giorno? «18-20, quanto serve». E quanto li paghi? «600 euro».

In corso Trieste Mostafà è l’ultimo anello della catena. Lavora da 4 anni sotto padrone, un suo «compaesano» e quando ne parla lo fa con rispetto, lo chiama «capo». «È molto meglio lavorare 12 ore al giorno in regola e non avere problemi, piuttosto che rischiare di essere cacciato». Quanto guadagna? «200 euro al mese, ho un contratto part time. Pensa a tutto il capo: mangiare, dormire, abbigliamento». È per tutti così? «No, c’è anche chi lavora per finta, gli fanno il contratto e si paga i contributi da solo e campa facendo l’ambulante».

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Sapete qual è una delle fonti di finanziamento del terrorismo islamico? Le rimesse dei ‘migranti’. Spesso rimesse illegali che avvengono, non solo per gli islamici ma anche per i cinesi, in modo illegale attraverso i noti money center gestiti da organizzazioni di immigrati.

E qui arriviamo: diversi di questi centri sono gestiti da personaggi legati al terrorismo islamico e fungono da cinghia di trasmissione per finanziarlo. In Italia, nei quartieri degradati ma non solo, fanno furore questi pollai negozi bengalesi. Molti di quei negozi sono fonte di denaro per il terrorismo islamico. Tutti, comunque, favoriscono e finanziano l’invasione garantendo permessi di soggiorno in cambio di lavoro schiavile.

Non sono risorse. Sono invasori.




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