Guerriglia razziale in Svezia: migranti armati di Kalashnikov per le strade

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La Svezia come l’Afghanistan: giovani armati di Kalashnikov per le strade

Un’altra settimana di scontri in Svezia. Solamente lo scorso mercoledì a Rosengard, uno dei quartieri più pericolosi di Malmo, c’è stata un’esplosione in una stazione di polizia contro la quale è stata gettata una bomba. Le forze dell’ordine in queste aree del paese, dove il tasso di criminalità è tra i più alti in assoluto a livello nazionale, sono costrette a presidiare il territorio in dei veri e propri fortini militari di cemento armato circondati da reti di alta tensione alte 3 metri. La Svezia si trova ad affrontare un’emergenza criminalità senza precedenti nella sua storia in quello che era considerato universalmente, un tempo, il paese più sicuro d’Europa.

Il primo ministro social democratico Stefan Lofven, recentemente, ha rilasciato una dichiarazione in questo senso dichiarandosi pronto all’utilizzo dell’esercito per fare fronte alle bande che si sono impossessate di interi quartieri delle città svedesi, divenute di fatto no-limits per chiunque non vi risieda stabilmente. E’ il caso di Rosengard a Malmo, dove bande di giovani 14enni scorazzano per le strade armati di Kalashnikov e dotati di giubbotti anti-proiettili. Una scena che sembra provenire più da un teatro di guerra del Medio Oriente, ma invece accade in Svezia, nel cuore della civile Europa.

Le origini di questi giovani che decidono di arruolarsi nelle gang criminali sono generalmente medio orientali, africane o dell’Est Europa. E’ il caso di Rinkeby, un’altra zona proibita della capitale svedese, Stoccolma, dove le ambulanze e i pompieri per intervenire chiedono la scorta armata della polizia. Il modello di società svedese degli ultimi 25 anni è stato fondato sul multiculturalismo e sulla politica delle porte aperte all’immigrazione, con un aumento della popolazione degli immigrati del 67% dal 2000 ad oggi.

I governi socialdemocratici, da sempre portatori dell’ideologia immigrazionista, hanno fatto un vanto delle loro politiche di accoglienza indiscriminata. Ma i risultati di quanto sta accadendo descrivono un chiaro fallimento del modello di società multiculturale. Gli stessi nuovi cittadini svedesi, figli di immigrati giunti in Svezia negli anni’90, dichiarano di non sentirsi svedesi e preferiscono identificarsi con la nazionalità dei loro genitori.

Condividono tutti un odio verso la Svezia e in particolare verso le forze dell’ordine svedesi, considerate il loro nemico fin dalla prima adolescenza. Le statistiche a disposizione riportano nel solo 2017, 320 sparatorie, 110 omicidi e 7726 stupri, quest’ultimi in aumento del 10% rispetto all’anno precedente. I dati in questione sono ancora più sconvolgenti se messi in relazione con la popolazione svedese, pari a circa 10 milioni di persone di cui 2 milioni e mezzo ha origini straniere.

I reati sono spesso concentrati proprio in quelle zone popolate dagli immigrati di seconda generazione, un fatto noto al governo svedese, che sembra più preoccupato nel nascondere le origini degli autori di questi crimini quanto che alla loro repressione. Si preferisce negare che esista una correlazione tra aumento della criminalità e aumento dell’immigrazione, piuttosto che ammettere il fallimento del modello multiculturale.

Ma gli ultimi attentati esplosivi contro le forze dell’ordine raccontano un quadro che se non è quello di una guerra civile, lo ricorda molto da vicino. L’agente di polizia Zoran Markovic, figlio di immigrati originari della Serbia, lavora proprio in uno di quei quartieri più pericolosi del paese, Rosengard, dove la stazione di polizia è stata investita in passato da delle scariche di mitragliatrice sparate da una macchina in corsa.

“Abbiamo raggiunto davvero il limite, la gente usa mitragliatrici e bombe a mano”, racconta Markovic. “Vogliono uccidere”. Nello stesso quartiere di Rosengard, la scuola principale ospita alunni di 200 etnie differenti. La scuola è stata chiusa per le tensioni razziali che sono sorte tra gli studenti, un caso emblematico in questo senso del fallimento di un modello fondato sulla convivenza forzata tra identità etniche spesso del tutto incompatibili.

L’eco di questa guerra razziale non giunge qui in Italia. I media italiani molto spesso inclini a rappresentare il multiculturalismo come un modello sociale perfettamente riuscito, ma non fanno parola di quanto accade in Svezia. E’ fondamentale invece sapere cosa accade in Svezia, per non incorrere nella sua stessa fine.

Ma l’infiltrazione non è solo violenta, è anche politica. Un assaggio di quanto potrebbe avvenire e sta in parte già avvenendo anche in Italia.

A Stoccolma e dintorni quella degli immigrati rappresenta una vera e propria lobby, un gruppo organizzato che lavora, pubblicamente e non, per difendere interessi etnici in contrasto con quelli degli indigeni. E’ quello che dimostra, tanto per fare un esempio, il caso “Young in Sweden”, un’associazione di ragazzi afgani tra le più influenti del paese in questo momento.

Guidati da una leader donna, giovane e intraprendente come Fatima Khawari, gli afgani usano ogni strumento a loro disposizione per raccontare quanto sia dura la vita del rifugiato, per denunciare le discriminazioni e le persecuzioni che sono costretti a subire in “terra straniera”, per gridare ai quattro venti quanto ardentemente desiderano fare della Svezia la loro patria. Non si tratta solo di vuote lamentele, ma di veri e propri proclami seguiti da precise richieste di tipo politico. I “dreamers” afgani chiedono che la Svezia la smetta di rimpatriare tutti quelli a cui viene negato l’asilo, vogliono un incontro formale con Mikael Ribbenvik, segretario dell’agenzia svedese per le migrazioni, e esigono che i politici approvino leggi che concedono l’amnistia e i permessi di soggiorno a chi ne fa richiesta.

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Ed esigono l’insegnamento delle lingue Persi e Dari ai nativi svedesi, perché – è il loro ragionamento – dopo tutto sono loro che in futuro dovranno assumersi la responsabilità degli afgani-svedesi. Saranno i “padroni di casa”, dunque, a doversi adeguare alle minoranze che chiedono ospitalità, non il contrario.

Nessuna indignazione, nessuna protesta: del resto, il progressismo sociale di cui la Svezia si fa portabandiera funziona proprio così. E poco importa, tanto per essere concreti, che le famiglie di immigrati abbiano, rispetto a quelle dei pensionati svedesi, la precedenza nell’assegnazione delle case popolari.

Quella della lobby afgana non è una battaglia di principio, ma una precisa manovra politica che trova una sponda salda nei partiti locali di sinistra. Con gli immigrati di origine islamica il paese ha conosciuto negli ultimi anni un’escalation di violenza senza precedenti, la dolorosa piaga degli stupri seriali, la paura degli attacchi incendiari. Ma l’establishment continua a far finta di non vedere e non sentire, a predicare l’integrazione scandita dal politicamente corretto.




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