Agrigento, blitz con 56 arresti: Mafia investiva nei centri di accoglienza per immigrati

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Francesco Fragapane a 37 anni era un rampollo di Cosa nostra. Reggente del mandamento di Santa Elisabetta e di un grande mandamento, chiamato “della montagna”, che racchiudeva sotto di se anche i paesi di San Biagio Platani, Cammarata, San Giovani Gemini, Sant’Angelo Muxaro, Casteltermini, Favara, Raffadali, Santo Stefano di Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca. Una Cosa nostra di provincia che si occupava di estorsioni (11 accertate a ditte che si occupavano anche di appalti pubblici, 12 quelle tentate), di voto di scambio, di gestione di appalti pubblici, di imposizione di slot machine e videopoker, ma anche di piazzare propri uomini nelle amministrazioni comunali e di trafficare con la droga. Documentati stretti collegamenti con i vertici delle cosche di quasi tutta la Sicilia e con le ‘ndrine calabresi.

La mafia agrigentina gestiva l’accoglienza dei migranti. Che del resto rendono più della droga, come ebbero a dire i ‘colleghi’ romani. Un affare ritenuto redditizio a fronte dei continui sbarchi sull’isola. Le indagini dei carabinieri hanno svelato due episodi di tentata estorsione. “La giusta strada sono io”, diceva Calogerino Giambrone, esponente di spicco della famiglia di Cammarata. Le intercettazioni hanno svelato che nel 2014 il clan stava tentando di indurre il titolare della associazione Omnia Academy di Favara a versare la “messa a posto” ma anche a accettare di assumere la figlia di un uomo al servizio della cosca. Erano 15 i minori ospiti nella struttura e già il sindaco di Cammarata, Vito Mangiapane, aveva visto la figlia assunta “approfittando della sua posizione”, scrive il giudice Serio che definisce Mangiapane anche “uno dei contatti diretti” di Calogerino Giambrone . L’estorsione e anche le assunzioni suggerite non vanno poi a buon fine scatenando l’ira di Giambrone: “Gli avevo detto che non mi interessavano più i picciotti ma di avere i soldi”.

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In un altro caso, la tentata estorsione alla coop San Francesco di Agrigento, la struttura sarebbe stata messa su direttamente con le autorizzazioni comunali ottenute grazie ai buoni uffici di Cosa nostra. I progetti della mafia agrigentina erano quelli di ottenere non solo assunzioni (“Cinque noi e cinque loro”, diceva Giambrone) ma anche una percentuale su ogni migrante accolto e il 40 per cento degli introiti della struttura. Per il giudice, però, nonostante Giambrone afferma che “Si parla coi sindaci e io problemi non ne ho”, si configura più “una società con il titolare che non un’imposizione”.

Le mafie gestiscono il business dell’accoglienza. Che sorpresa. Ormai i casi si moltiplicano. Possiamo dire senza tema di smentita che l’accoglienza è un affare a tre: COOP-MAFIE-VATICANO.

Con tutti questi interessi, non ci sorprenderemmo di trovare i boss in testa alle donazioni alle ong di trafficanti umanitari: del resto più ne traghettano e più loro incassano.




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