Due cent per busta, cosa non torna nei sacchetti PD

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L’introduzione del contributo fisso sui sacchetti dell’ortofrutta ha generato polemiche, soprattutto perché sembra beneficiare società vicine al PD. Polemiche sulle quali Marco Versari, presidente di Assobioplastiche che riunisce e aziende del settore dice di volere fare chiarezza:

«Assobioplastiche rappresenta oltre il 90% delle resine prodotte nel mondo associando multinazionali come Basf, Biofed e gruppo Sphere. L’Italia, sin dal 2006, ha emanato un complesso di norme innovative e intelligenti che integrano la raccolta differenziata dell’umido con le bioplastiche. Stiamo producendo e consumando troppe buste della spesa che non sempre si possono riciclare e vengono. L’obbligo di utilizzare sacchetti biodegradabili per le buste della spesa, introdotto dal ministro Prestigiacomo, ha creato una discontinuità fortissima nel mercato dando slancio alle industrie occidentali nella produzione di un oggetto che veniva in gran parte prodotto in Paesi dell’Estremo Oriente come Cina, Taiwan, Corea e Vietnam»

Perché si è giunti a imporre una sorta di minitassa?

«La direttiva Ue, approvata nel 2014 con una forte partecipazione ei parlamentari italiani a partire dall’onorevole Gardini (di Fi; ndr), si basa sulla diminuzione dei consumi obbligando gli Stati membri e a fare in modo che le buste venissero pagate. In merito ai sacchetti dell’ortofrutta il recepimento è stato effettuato con il decreto Mezzogiorno perché il nostro Paese era in ritardo sui sacchetti dell’ortofrutta e rischiava pesanti multe. In ogni caso, non si tratta di una tassa, ma di un obbligo comunitario perché il cittadino deve cessare di pensare che questi sacchetti siano senza valore e che non rappresentino un problema ambientale».

Insomma, la UE vuole che gli italiani comprendano il valore dei soldi. Ma la domanda che nasce è: se sono biodegradabili, quindi non dannose per l’ambiente, che problema rappresentano per l’ambiente? Non ha senso. Quindi il motivo deve essere un altro.

L’idea è che alla fine sia sempre il consumatore a rimetterci è quello che sottolinea il Codacons: «Si tratta di un balzello inutile che non ha nulla a che vedere con l’ambiente e con la lotta al consumo di plastica – spiega l’associazione – È una vera e propria tassa. Sono costi che dovrebbero essere solo a carico delle aziende e dell’industria. Alla fine ci sarà un amento di spesa che potrà raggiungere i 50 euro annui a famiglia». Qualcuno, più per tigna che per risparmiare, dice che si conserva il sacchetto e la prossima volta se lo porta da casa. Non si può, vietato per l’igiene. «Vabbé – sostiene un universitario che sembra appena caduto da letto – così è una furbata. È un modo per racimolare soldi giocando sugli spiccioli e i grandi numeri. Neppure gli accattoni».




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