100 mila musulmani ricollocati su isola deserta, la decisione

Tutti in un’isola deserta. Bhashan Char è un banco di sabbia nel Golfo del Bengala e non compare sulla maggior parte delle mappe. L’isola è regolarmente allagata dall’alta marea, dai monsoni e dai cicloni. Per renderla vivibile sarà prima necessario costruire dighe e rialzare le zone più basse. Ma pur di togliersi di mezzo i Rohingya, avranno pensato a Dakka, questo ed altro.

Negli ultimi mesi, la marina del Bangladesh ha installato due eliporti e costruito una strada. Rifugi, acqua potabile, elettricità, fognature, tutto resta da fare. Le autorità sperano di spostare 100.000 musulmani sull’isola prima della prossima estate.

Il progetto è nato nel 2015. I portavoce dei Rohingya si sono sempre opposti e molte organizzazioni lo hanno criticato.

Lo scorso settembre, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il ‘nostro’ Filippo Grandi ha esortato il governo del Bangladesh a rendere volontario l’insediamento dei bengalesi espulsi dalla Birmania sull’isola.

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Dakka spera di porre fine al sovraffollamento dei campi al confine con la Birmania. Il via libera del governo per il progetto è arrivato un giorno dopo che i due paesi hanno firmato un accordo sul ritorno. Un ritorno molto presunto. Perché per ora, i Rohingya continuano ad essere espulsi dalla Birmania.

Insomma: i bengalesi, musulmani, mettono 100 mila islamici anche loro di etnia bengali in un’isola deserta. Noi mettiamo gli africani in fuga dalla guerra in Siria in hotel. Potremmo affittare, come fa Israele, zone in Uganda e metterli lì: si può fare.

Oppure, possiamo sempre chiedere al Bangladesh un po’ di posto a Bhashan Char.

Questo sono notizie all’apparenza innocue che i media di distrazione di massa italiani evitando di ‘servire’ ai propri lettori. Ma il motivo è evidente: rende possibile l’idea. Se lo fanno ‘loro’, può chiedersi il lettore disobbediente, allora potremmo farlo anche noi. E questo, per i padroni dei media, è intollerabile. Il lettore non deve avere certe ‘fantasie’.



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