ISIS a Pisa: spuntano altri membri della cellula islamica

La loro immagine di studenti stranieri accolti come “profughi” della Primavera araba tunisina. Tra Torino e Pisa.

Dal marzo 2016 lo spaccio divenne l’unica faccia della medaglia della «doppia vita» dei cinque tunisini che la procura di Torino adesso vorrebbe in carcere con l’accusa di «associazione terroristica collegata allo Stato Islamico».

Da quel momento, per quelli che il Ros dei carabinieri e il pm Andrea Padalino considerano potenziali jihadisti pronti a colpire, cambia tutto.

Il gruppo si sente braccato dall’intelligence italiana. Decide di rimanere a Pia, e farla diventare una base e quasi un’unica residenza per rifornirsi di denaro. Ma soprattutto decide di “disattivare” la propaganda pro Isis alimentata fino a lì su Facebook. Solo spaccio.

L’allarme alla cellula, documenta l’ordinanza di custodia cautelare convalidata pochi giorni fa dal tribunale del Riesame, arriva proprio da Torino. In una conversazione telefonica intercettata l’8 marzo 2016 tra Nafaa Afli e Bilel Mejri, i due si dimostrano preoccupati per aver ricevuto da un certo Nejmeddine un avvertimento.

«Stanno seguendo Marwen – dice Nafaa – Vogliono tirare in ballo i suoi amici… i loro amici. Mi hai capito? Siamo i loro amici no?». Gli amici di cui parla Nafaa – uno dei tre finiti ai domiciliari per droga insieme a Marwen Ben Saad e Mejri proprio con una condanna emessa dal tribunale di Pisa il 4 ottobre scorso – sono i “leoni” della jihad caduti in Siria sotto le insegne del Califfato, e cioè Wael Labidi e Khaled Zeddini. Anche loro frequentavano Pisa dal 2015, ma si erano stufati di essere dei «peccatori» e il 21 febbraio di quell’anno erano volati in Turchia per poi varcare il confine e unirsi alle milizie di ISIS e, fortunatamente, morirci pochi mesi dopo, a maggio.

Lo rivela lui stesso poche ore dopo raccontando ai compagni quanto gli ha riferito Nejmeddine. «Stanno cercando gli amici dei due ragazzi che sono partiti per la Siria», lo registrano le cimici piazzate nell’albergo che hanno da poco prenotato a un passo dalla Torre, in via Roma. Non solo. L’amico “torinese” avverte Marwen di essere sotto osservazione da tempo, almeno dal maggio 2015, perché i carabinieri lo «hanno visto portare il cous cous alla moschea» insieme a Afli per celebrare la morte di Wael e Khaled caduti da foreign fighters. È lo stesso Afli così a suggerire agli amici di «cancellarsi da Facebook», dove fino a pochi mesi prima il gruppo aveva celebrato i martiri, postato bandiere dell’Isis, video di esecuzioni, e dove Bilel Chihaoui, l’altro tunisino espulso dopo essere stato catturato nella boscaglia del Biscottino ad agosto 2016, lasciò il suo post ultimativo: «Sarò martire a Pisa». Ma di fronte alla richiesta di Afli, Mejri lo gela: «eh anche se togli tu … sei tu il problema».
Sì perché su Facebook circolano ancora le foto che lo ritraggono abbracciato a Khaled e Wael proprio a Pisa. Le prove di un sodalizio per la nostra intelligence. Ma che fosse una rete, e Pisa la base per finanziarla, lo si capisce proprio dopo l’espulsione di Bilel. Arrivato a Tunisi, Chihaoui viene braccato dai servizi magrebini. Lo torchiano e lui canta. Fa il nome di Moez “il bimbo”. Secondo l’anticrimine di Firenze, è Meher Souya, un sodale di spaccio che condivide un appartamento in via Sant’Andrea a Pisa con Slim Kdidi, un altro tunisino che sui social si era detto pronto ad andare a combattere in Siria. “Il bimbo” è ai domiciliari. Motivo? Il marchio di fabbrica della cellula: droga. Slim invece finisce in carcere per una rissa in piazza delle Vettovaglie in cui, insieme a Ben Saad, sfregia un gambiano. Un regolemnto di conti, un modo per far capire che quello è il loro territorio. Ma dietro le sbarre cede e si suicida ad agosto di quest’anno. Solo depressione da detenuto? Fatto sta che Bilel tradisce soprattutto Marwen “il rosso”, che in quei giorni è in patria. Anche lui così finisce in carcere. «Quello stronzo di Bilel, la femminuccia – dice un amico del padre di Marwen al telefono con Afli – ha detto che Marwen il rosso è in Tunisia…e ha detto che Marwen ha ospitato Khaled in Italia».

Ma da Pisa si riattiva la “cellula”. Ci lavorano Afli e Nizar Rezgui, anche lui amico del gruppo. Nizar contatta un poliziotto a Tunisi, tale Maher, e ottiene un trattamento di favore. «Quando va via – dice al telefono l’agente infedele – non voglio che poi la gente si lamenti più con me». La cellula mostra soprattutto di avere una grossa disponibilità di denaro grazie allo spaccio. Lo si capisce il 24 agosto, cinque giorni prima della liberazione di Marwen: «Mi ha chiamato adesso mio padre – dice “il rosso” al telefono con Afli – hai capito, e mi ha detto di mandargli 1.000.000 (di dinari tunisini, ndr) venerdì, perché ha già dato 400 all’avvocato, e deve aggiungere gli altri». «Ci pensiamo io e Bilel, non preoccuparti per la faccenda». Un euro oggi corrisponde a 2,94 dinar tunisini. Significa che da Pisa arrivano a Tunisi circa 340 mila euro. Il prezzo della corruzione per farlo uscire dal carcere? Impossibile dirlo. Le indagini, scrivono i carabinieri del Ros, lo legano al gruppo in qualità di «affiliato». Il 29 agosto Ben Saad è libero e pochi giorni dopo prende un volo per l’Italia, senza che l’intelligence tunisina avverta quella italiana del rientro di un potenziale terrorista.

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La cosa più intelligente che un paese dovrebbe fare in una situazione come questa, è approvare lo ius soli. Così tunisini come questi potranno entrare in Polizia e Carabinieri subito, senza aspettare un paio di decenni. E poi collaborare come il poliziotto tunisino con ISIS.



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