Angelica, stuprata da un profugo siriano si uccide per il dolore



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Il giornalista svedese Joakim Lamotte ha raccontato la drammatica storia di Angelica, che si è uccisa dopo essere stata stuprata da un profugo siriano:

Il giornalista investigativo e editorialista Joakim Lamotte ha voluto rendere nota la vicenda di Angelica Wiktor, di Vittaryd, nello Småland, in Svezia.

Lamotte è stato contattato dagli amici di Angelica all’inizio di giugno, dopo che lui si era occupato della vicenda della ragazza violentata all’inizio di marzo di quest’anno. Le persone che lo hanno contattato gli hanno detto che si era suicidata, dopo aver scoperto che la polizia aveva chiuso l’indagine sul suo stupro.

Lamotte ha così deciso di indagare. Questo l’ultimo messaggio della vittima, pubblicato quest’estate:

“Vittime di stupro! Coloro che non vogliono sapere – non leggono questo! Colui che mi ha violentato ha avuto una possibilità qui in Svezia. Vive accanto a me e un suo amico è stato lì quella notte. Tutto è successo a casa mia. Una sera tardi suonò il campanello e pensai che fosse successo qualcosa al mio vicino, ma no … Mi ha bloccata nella mia camera da letto, dove mi ha violentato mentre il suo compagno era in piedi nel corridoio. Nonostante rapporti, interrogatori, indagini forensi che hanno rilevato lividi / danni causati da stupro, indagini ginecologiche che dimostrano lo stesso, tecnici che trovano prove a casa mia, ecc. Ho ricevuto una telefonata dalla polizia il giorno del mio 30° compleanno: è stato rilasciato a causa di mancanza di prove … Il suo amico mi ha perseguitato da quel giorno, cercandomi online con nomi falsi, e mi perseguita nella vita reale. Cosa fa la polizia? – NIENTE!!“

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Lamotte contatta la madre di Angelica, Lisa Wiktor. La mamma racconta a Lamotte che nel giorno in cui Angelica ha pubblicato il suo ultimo messaggio su Facebook, ha scelto di porre fine alla sua vita.

Gli ultimi mesi erano stati ovviamente terribili per i genitori di Angelica. La mamma ha chiesto al giornalista di indagare, di scoprire perché la polizia ha insabbiato tutto.

Secondo sua madre, il fatto che la polizia abbia bloccato le indagini è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo tutte le sofferenze seguite allo stupro.

Per poter giudicare il caso, Lamotte chiede di ricevere il rapporto della polizia che ha costituito la base per la decisione di abbandonare il caso. Il rapporto è lungo più di 70 pagine. In esso, c’è la testimonianza di Angelica, nella quale lei afferma:

“Il suo vicino di casa, Adnan, insieme al suo amico Samir [non i loro veri nomi], è venuto al suo appartamento una sera tardi, in primavera. Poiché Angelica ha preso sonniferi, non è sicura del tempo esatto, ma ricorda Adnan che la spinge in camera da letto, usando la violenza per costringerla a letto e tenerla a terra e violentarla. L’esperienza è dolorosa in più perché Angelica aveva inserito un tampone, che ora è spinto talmente dentro di lei, che non riesce a tirarlo fuori. Mentre viene violentata, Samir è da qualche parte nell’appartemento“

Dopo che Angelica ha denunciato il crimine, la polizia ha deciso di arrestare Adnan e Samir.

Durante l’interrogatorio, Samir, che è in Svezia dal 2015, ammette che Adnan e lui erano nell’appartamento di Angelica una sera. Secondo lui, era in cucina, mentre Adnan e Angelica erano in camera da letto. Samir afferma di non sapere che Adnan ha violentato Angelica, finché non glielo ha detto una volta lasciato l’appartamento.

Adnan, un cittadino siriano, nega tutto. Dice di non aver mai visto Angelica, anche se sono vicini di casa.

Alla fine il caso viene chiuso. Lo stupratore rilasciato per mancanza di prove. Nonostante la testimonianza della vittima, del complice e le prove mediche.

Conclude Lamotte: “Questo racconto viene pubblicato dopo aver consultato la famiglia di Angelica, nella speranza che qualcuno della magistratura svedese lo legga e decida di analizzare nuovamente il caso, per vedere se ci sono prove che non sono state ancora lette.

Riposa in pace, Angelica.”

L’Europa non deve riposare in pace. Si deve ribellare allo scempio in atto sulla pelle delle proprie donne.



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