Italia, sarà un’Estate senza Mondiale



Il freddo 13 novembre del 2017 rimarrà nella storia. Una catastrofe sportiva e un territorio sconosciuto per moltissimi di noi: un Mondiale senza l’Italia. Fa quasi paura. Dà un senso di vuoto. Come fanno paura le coincidenze, che nascondono sempre qualcosa di misterioso: Svezia, 8 e Russia. L’ultima volta accadde nel ‘58, un altro calcio e una estromissione folle con la Nord Irlanda: e si doveva giocare in Svezia. L’ultimo spareggio mondiale lo giocammo nel ’98, contro la Russia, esordì Buffon che oggi chiude il cerchio. Come un boomerang che lanci e, prima poi, torna indietro. E ti fa paura.

Potremmo fare una lunga analisi sullo stato profondo del nostro calcio. Troppi stranieri, è vero. Ma non più di altre nazioni che si sono qualificate. Perché diciamolo chiaramente: l’Italia era qualitativamente molto superiore alla Svezia. E lo ha dimostrato anche nella partita di ritorno.

Ma il calcio non è uno sport, è un gioco. Nasconde imprevedibilità che non esistono negli sport: capita in partite secche, ed è la sua bellezza, che il più debole vinca. Per questo è stato criminale da parte dell’Uefa mettere Italia e Spagna nello stesso girone, e costringere una delle due ad uno spareggio secco, che non sempre premia la più forte. Basta una deviazione e una gara di ritorno sfortunata e ti ritrovi una squadra ordinata ma insapore come la Svezia invece dell’Italia. La Fifa non gradirà. Perché un Mondiale senza l’Italia non è un vero mondiale.

Poi, ovviamente, ci sono problemi profondi del nostro calcio. L’Italia con tre stranieri per squadra era un’altra cosa. Ma non vanno esagerati. Sì, non ci sono i campioni di una volta. Ma questa è la stessa squadra che con Conte ha sfiorato l’impresa agli Europei. E qui veniamo a Ventura, il secondo colpevole dopo l’Uefa: dalla partita di Madrid in poi non ne ha azzeccata una. Ha cambiato modulo in modo sempre più improbabile. Tavecchio ha fatto l’errore di sceglierlo, ma non aveva alternative dopo l’addio di Conte.

Destino. Uefa. Ventura. E solo in ultimo ordine lo stato profondo del nostro calcio. I Romani lo avrebbero definito Annus Horribilis: troppe coincidenze, troppe lune storte che solo una squadra di campioni poteva ribaltare. Ma noi non avevamo campioni. Solo buoni giocatori, che sarebbero andati ai Mondiali in una situazione normale. O con un allenatore diverso.

E in un periodo magro di fuoriclasse, siamo stati anche sfortunati, uno ce l’avevamo. Si chiamava Giuseppe Rossi, e si è rotto.

Ora cosa fare? Un graduale ritorno ai tre stranieri in campo o una sua rivisitazione moderna a 5. Che si può fare senza violare le famigerate leggi UE, aggirandole con un ‘accordo’ interno. Perché così, la prossima volta, il prossimo annus horribilis, avremo campioni che potranno ribaltare il destino.

Per la società nel suo complesso cosa dimostra questa non qualificazione? Che troppi stranieri fanno male. Strangolano i talenti locali nella culla. E la tua capacità nazionale decade.

PS. Chiudiamo con almeno una piccola e magra soddisfazione: niente vacanze in Russia per una lunga coorte di giornalisti Rai.



Lascia un commento